“Per costrizione”

Siamo tutti puttane

di Andrea Ermano, 27 giugno 2013* – Ieri sera una élite di parlamentari e intellettuali della destra italiana ha promosso a Roma, nella centralissima Piazza Farnese, una dimostrazione di protesta all’insegna della parola d’ordine, cito: “Siamo tutti puttane”. A tale concetto si è sussunto durante il comizio uno degli organizzatori, l’ex ministro per i rapporti con il Parlamento, Giuliano Ferrara, dopo essersi persino spalmato sulle labbra un po’ di rossetto. Ferrara è giunto a parlare dell’ex premier Berlusconi come di “un puttaniere”. Senonché – questa l’argomentazione del direttore del Foglio – l’essere “puttane” o “puttanieri” non può configurarsi come reato penale punibile con sette anni di reclusione eccetera.

Ma, a parte che la prostituzione, e l’induzione alla medesima, possono assumere, eccome, rilevanza penale, per esempio in relazione all’età della persone coinvolte, non bisogna dimenticare il reato di “concussione per costrizione” ai danni della forza pubblica. Se un uomo di stato italiano di nome Silvio Berlusconi si assenta da un summit internazionale per telefonare da Parigi alla Questura di Milano allo scopo di convincere un funzionario a consegnare la minorenne Ruby, arrestata, alle cure di una consigliera regionale che poi affiderà la predetta minorenne a una prostituta, ebbene è possibile che i giudici ravvisino già solo in quella telefonata dell’uomo di stato italiano gli estremi del reato di “concussione per costrizione” ai danni del funzionario della polizia di stato italiana. Questa l’interpretazione del dispositivo della sentenza fornita dal professor Carlo Federico Grosso, Ordinario di Diritto Penale all’Università degli Studi di Torino. La legge prevede nella fattispecie una pena che va da quattro a dodici anni di reclusione, ha aggiunto Grosso.

Dopodiché lo statista Silvio Berlusconi è ancora lì, con il suo Milan, le sue tre televisioni, i suoi duecentocinquanta parlamentari scarsi, i suoi trentamila dipendenti, la sua faccia sorridente. Ma c’è un ma. Le elettrici e gli elettori lo stanno abbandonando a milioni.

Articolo 54 della Costituzione della Repubblica Italiana: “Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”.

*da L’Avvenire dei lavoratori, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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