Il palestinese che canta al mondo

cantante palestinesedi R.C., da Il mondo di Annibale, 23 giugno 2013 – Le grandi voci arabe hanno sempre avuto un ruolo cruciale nella politica. Da Nasser alla rinascita libanese. Ora entra nell’Olimpo canoro arabo un palestinese.

Soprattutto quando volgeva a brutto, Nasser si teneva ancor più vicina la “grande” Um Kalthoum, la più famosa cantante araba di tutti i tempi. Era lei che riusciva a trasformare le sconfitte in vittorie. E i suoi tour arabi dopo la mazzata del ’67 mobilitarono il mondo arabo con e non contro il leader che aveva perso. Milioni di dollari arrivarono nelle casse delle “riscossa”.

Ancora oggi è uno solo il nome attorno al quale i libanesi dimenticano le fratture che li portano periodicamente a sfiorire nuovamente il precipizio nella guerra civile, quello di un’altra cantante, un’altra voce immortale del mondo arabo, Fayruz. Lei che tacque in patria per tutti i lunghissimi anni (venticinque) della guerra civile, ha sempre unito e mobilitato i suoi ovunque nel mondo. Invece che con il leader lei si identificava con i singoli componenti del suo popolo.

Ora tocca a un giovane palestinese di Gaza, Muhammad Assaf, vincere il più importante concorso canoro arabo, Arab Idol, a Beirut. Di cosa parlano le sue canzoni? Nella sera in cui ha vinto ha cantato la riconciliazione” . 

Nella notte la festa è esplosa a Gaza. La Bbc riferisce che molti per strada dicevano: “lui manda il nostro messaggio al mondo: non amiamo la guerra, non amiamo la morte”. E ora i più dicono che Israele gli darà il permesso per viaggiare da Gaza in Cisgiordania e cantare anche lì. Poco? 

Conosciuti per quel che non sono, per quel che non hanno, rappresentati da volti coperti, invisibili, identificati in toto con i partiti (e le loro brutture), i palestinesi hanno trovato in questo ragazzo un volto col quale dire: io esisto! Sì, Muhammad Assaf, senza volerlo usare, è oggettivamente un simbolo della Primavera.

Termine ormai riferito con disprezzo dagli “osservatori”, la PRIMAVERA significava proprio questo: contrapporre la vita di ogni giorno all’ideologizzazione della vita di ogni giorno. I popoli l’hanno abbracciata con calore, nonostante gli ideologhi di tutti i confliggenti conservatorismi l’abbiano e la stiano combattendo. Per costringere tutti i popoli a perdere la propria “soggettività” e tornare masse informe dietro il leader.

Il grande entusiasmo per la vittoria canora di Muhammad Assaf ci conferma che anche a Gaza hanno detto di no al grande imbroglio che li cancella come individui. E la vita di ogni giorno parla di rispetto, di sé e degli altri.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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