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Una strategia anti-Rai

di Daniele Cerrato, 22 giugno 2013

RAIChi lo dice che strategie semplici, addirittura elementari, applicate a sistemi complessi e delicati non funzionano? Una pinzetta da bucato può fermare un super computer, infilandosi dove non deve sotto il naso di tutti e con poche mosse lo manda in “tilt”. Con la Rai, meglio con il Servizio Pubblico, la regola del vecchio arnese che si fa protagonista funziona da sempre. Il guaio è che tante mani hanno appuntato la pinzetta a seconda delle stagioni un po’ più a destra o più a sinistra, al punto da far nascere prima l’esigenza di tre canali e oggi quella di un governo con oltre 10 vie digitali per una bella scorpacciata di poltrone, sedie e strapuntini. Detto questo la domanda è: “adesso come farai a difendere la Tv pubblica?” Strano ma è più facile passando per la critica che per l’elogio. Le ragioni per tenersi stretto un Servizio Pubblico stanno nella sua natura che è, per genetica, raccogliere voci, mettercele davanti, approfondire temi a volte anche noiosi, dare spazio alle storie che nessuno vuole raccontare e fare – qualche volta – anche arrabbiare e cambiare canale. Tutto questo, e molto altro ancora: è dare corpo e sostanza al Contratto di Servizio tra Stato e Rai per realizzare il Servizio Pubblico radiotelevisivo. “Quel” servizio pubblico è cifra distintiva di un paese che accetta di guardare se stesso da vicino, che non accetta di vedere solo il bello (a volte è più facile vedere due subrettine mezze nude che un servizio sugli Invisibili) e scambia un film cazzotti e spari, una soap o una fiction di gente che si insulta e poi si bacia, con una Divina Commedia o una Costituzione spiegata nella sua misteriosa bellezza. Insomma gente che canticchia “via, via… vieni via di qui” e nell’andare dove li portano gli occhi hanno curiosità da vendere.Ora se la pinzetta di prima viene usata per chiudere il canale che porta la luce dagli occhi al cuore succede che una Rai venduta a tranci, come un pescespada, va benissimo. In fondo in Rai, da che ci lavoro, ho visto stagioni così belle e intense da sentirmi un privilegiato a combatterle da vicino. Dopo i “professori”, pur animati da buone intenzioni ogni tanto davano l’idea di non sapere dove si trovavano, tante ére fino a quella Berlusconi. Lo dico senza antipatia verso il cavaliere. Mi fa sorridere come prende la vita, spero lo possa fare fino a cent’anni ma da qui a pagargli io il biglietto ne passa… Tenere in piedi la Rai è stato il suo capolavoro. Tanti invocavano una legge sul conflitto d’interessi e lui indicava Saxa Rubra o Viale Mazzini come a dire “dov’è il conflitto? Sono o non sono ancora lì Rai e Servizio Pubblico? E allora?”. Bravo. Decine di dirigenti trasferiti da Mediaset con una “mission possibile”: tieni viva la vecchia ma non farle vedere i nipoti…
Poi sono arrivati i “nostri” quelli “da casa”, già lavoravano nel Servizio Pubblico e si sono detti “e io chi sono? Il più fesso?” E allora via, via… vieni via di là. Poi tanti quadri di un carosello italiano: madame della buona società, dirigenti muscolari e damerini vestiti come uno dei “Soprano”, fa effetto parlarne proprio all’indomani della scomparsa dell’attore che ne è emblema.

Così si arriva piano, piano, con la crisi che morde le caviglie e azzoppa inserzionisti pubblicitari e potenziali abbonati paganti, alla proposta che da vent’anni sognano in tanti: “vendiamo la Rai”. Tagliamola a strisce, facciamone tante, meglio se brutte, così sarà solo un momento di passaggio verso il “Soogno”: più nessun cittadino, più nessun utente, tanti clienti da servire, tanta merce da vendere.
Salvare la Rai da questo destino è salvare un gioco d’ingegno, riparabile, dalla spazzatura; è salvare la nostra capacità di dar forza, come cittadini soprattutto, alle storie che solo un Servizio Pubblico può raccontare. Ripariamo la Rai, chiediamole di essere migliore, chiediamole conto di chi la dirige, la scrive, la legge e la presenta. Facciamolo per chi vive in questo sgraziato Paese.

* da Articolo 21, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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