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Primarie Pd: Io sono con Bobo

Bobo e primarieCome Bobo nella vignetta di Staino, anch’io vorrei che si scegliesse il candidato premier con le primarie aperte agli elettori, il segretario invece con primarie riservate agli iscritti. Per questo serve una modifica allo statuto del Pd dove ora si prevede che il segretario nazionale è automaticamente candidato premier. Candidandosi oggi alla segreteria, Matteo Renzi alla prima occasione sarebbe automaticamente candidato premier, che è il suo vero obiettivo. Per questo lui considera la modifica una cattiveria nei suoi confronti (“l’obiettivo e’ come ti frego il candidato”, ha detto).

Renzi sbaglia, non è un problema di persone. Se così fosse basterebbe chiedergli di impegnarsi domani a fare la stessa cosa che ha fatto Bersani con lui nello scorso novembre: accettare la sfida di Letta (o chi per lui) alle primarie per la candidatura a premier.  No, i candidati non c’entrano, c’entra piuttosto la forma da dare ai rapporti tra partito e governo, tra partito e istituzioni rappresentative. C’entra la necessità di separare la dirigenza nazionale e locale del partito da quella macchina dello Stato arcaica che i partiti devono smettere di occupare e impegnarsi piuttosto a riformare. Dunque nessuna nostalgia, semmai voglia di cambiamento.

Se il leader del partito è anche capo del governo, il gruppo dirigente centrale si identificherà col governo, la propaganda prevarrà sull’ elaborazione critica. Gli scontri interni all’oligarchia, assistiti dalla comunicazione mediatica diretta con gli elettori, toglieranno spazio al dibattito democratico nei circoli e nei quadri intermedi. Vorrebbe dire spegnere quel confronto di idee e conoscenze negli organismi di base del partito che soltanto da poco, grazie anche allo stimolo di associazioni e movimenti della sinistra, ha ripreso a dar segno di vita. Compito del segretario, come degli altri dirigenti del Pd è di promuoverlo, coordinarlo e tradurlo in indirizzi politici per gli eletti nelle istituzioni rappresentative, centrali e periferiche.

Se il partito con la sua dirigenza subisce, come è avvenuto finora, l’egemonia degli eletti, più difficile sarà il buongoverno, la difesa del bene pubblico dagli interessi privati e più difficile il cambiamento. Solo sfidando lo Stato dall’esterno può nascere vera innovazione. E in questa sfida la base degli iscritti, aprendosi sempre di più alle sollecitazioni del territorio che ha il compito di interpretare, avrebbe quel ruolo chiave che molti vorrebbero valorizzato. Con le primarie aperte per il segretario, invece, il compito specifico dei militanti del Pd “si ridurrebbe a quello di montare i gazebo” (la battuta non è mia ma di Massimo D’Alema al recente incontro pubblico con Rodotá).

A questo percorso – nuovo perché mai realmente avviato – per dare finalmente attuazione all’articolo 49 della Costituzione (“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”), sembra aderire anche il segretario attuale del Partito democratico, Guglielmo Epifani. Ma è anche il modello che l’ex ministro e neo iscritto Fabrizio Barca va proponendo ai circoli in giro per l’Italia, consapevole delle forti resistenze che troverà, specie da parte di chi sogna ancora per l’Italia una democrazia di tipo anglosassone, con Renzi al posto di Blair, o almeno francese (con Berlusconi o Monti al posto di De Gaulle?). Nessun sistema può essere valutato astraendo dalla realtà sociale,culturale e politica a cui si applica.

Ironia a parte, voglio precisare, ringraziandoli, ad alcuni lettori che hanno commentato l’editoriale precedente (“Matteo Renzi e il partito dell’io”), che la mia critica al leaderismo non intendeva affatto negare il ruolo del leader come punto quasi naturale di riferimento e anche di coagulazione per gli orientamenti politici, neppure quello di Renzi in particolare. Altra cosa è quello scontro fra tifoserie e populismi che ha inquinato e continua a inquinare il dibattito politico nella seconda repubblica.

Perché il mio orientamento risulti ancora più chiaro e non si presti a equivoci chiedo aiuto ad un costituzionalista di grande valore e con una lunga esperienza parlamentare come Andrea Manzella riproponendo a quelli di voi che non l’avessero letto sulla Repubblica del 18 giugno scorso l’editoriale intitolato “Le voragini della democrazia italiana” nella parte che si riferisce al documento di Barca.

 

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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