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Cassazione: giornalisti responsabili per le domande allusive

Andrea Marcenaro (“Il Foglio”) condannato a 25 mila euro di danni per le domande al giurista Vaccarella che attaccò i magistrati di Mani Pulite

di Paolo Castelli, 19 giugno 2013*  – La terza sezione civile della Cassazione ha confermato la condanna del giornalista de “Il Foglio” Andrea Marcenaro e dell’ex giudice costituzionale Romano Vaccarella a versare ai magistrati del pool ‘Mani pulite’ 25 mila euro ciascuno, a titolo di risarcimento di danni morali, ai magistrati del pool “Mani Pulite” di Milano. La sentenza spiega perché oltre all’intervistato è stato riconosciuto colpevole anche l’intervistatore: i giornalisti, secondo la Cassazione, si rendono corresponsabili della diffamazione se rivolgono domande “allusive, suggestive e provocatorie”, accompagnate anche da “personali valutazioni” che finiscono per essere elementi di “concause della lesione dell’altrui onore e reputazione” rispetto alle parole dell’intervistato. Vaccarella e Marcenaro erano, inoltre, stati querelati per diffamazione in sede penale. Furono condannati in primo grado e prosciolti in appello.

L’intervista di Marcenaro a Vaccarella fu pubblicata sul quotidiano il 3 novembre 1997 e tre giorni dopo fu ripresa da ”Panorama”. Il giurista Vaccarella aveva affermato che il pool di Mani pulite macchinava processi penali di rilevanza mediatica con l’obiettivo di azionare cause risarcitorie per “le pretese diffamazioni” rispondendo a domande di Marcenaro formulate, secondo la Corte, in maniera “allusiva”.

La Suprema Corte riconosce che non si può pretendere dai giornalisti di essere “semplici trascrittori delle risposte altrui” oppure di tenere “un atteggiamento asettico e sterile dinanzi a quanto riportato”, perché questo comporterebbe una “inammissibile serie di limitazioni alla manifestazione del pensiero, se non proprio atteggiamenti francamente censori”. Tuttavia, allo stesso tempo, non possono essere aizzatori o provocatori del’’intervistato, e quando lo sono diventano corresponsabili, concorrono “a dar luogo alla valenza o portata diffamatoria dell’intervista”. Insomma quando ‘interagiscono’ con l’intervistato “in relazione al tenore delle singole domande poste, o del loro complessivo contesto, o ai commenti o alle premesse alle medesime, nonché alle modalità stesse della loro formulazione o struttura”.

Nel caso specifico Marcenaro aveva escluso, contrariamente al vero secondo la Corte, che i magistrati del pool avessero presentato una querela penale e che avrebbero destinato l’eventuale risarcimento ad opere in beneficienza.

Vaccarella e Marcenaro dovranno risarcire con 25 mila euro ciascuno l’ex capo del pool di Milano, Francesco Saverio Borrelli, e l’ex pm Gherardo Colombo, oltre ai magistrati ancora in servizio Ilda Boccassini, Piercamillo Davigo e Francesco Greco.

Ma il pool si era in precedenza già costituito in sede civile. Per la Cassazione la condanna al risarcimento emessa dalla Corte d’Appello di Milano il 5 luglio 2006, “si sottrae alle critiche” mosse da Vaccarella e Marcenaro in quanto “la prospettazione di una macchinazione articolata su di una serie di premeditati stravolgimenti del fine istituzionale di ciascuna azione penale, attribuita nella veste insinuante e capziosa del grave sospetto, proveniente da persona di grande autorevolezza nel campo giuridico opera un deciso salto di qualità dalla prospettazione di un’opinione, per trasmodare nella configurazione di un disegno tecnicamente definibile come criminale, oltre che incommensurabilmente immorale per la professione svolta dai sospettati”.

Sulla responsabilità di Marcenaro, i giudici della Cassazione hanno condiviso il punto di vista del pool che aveva sostenuto la “conclamata mancanza di obiettività da parte dell’intervistatore per l’evidente strumentalità delle domande alle risposte diffamatorie e per il carattere oggettivamente lesivo anche degli interventi riferibili esclusivamente all’intervistatore”.

*da Ossigeno informazione, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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