Un caffè ristretto, mercoledì 19 giugno

IlcaffediMineoDa corradinomineo.it, 19 giugno 2013 – Caffè molto ristretto, questa mattina, perché volo a Parigi per partecipare a una riunione sull’eccezione culturale. E poi è un giorno strano. Con tanti ragazzi alla prova di maturità, Letta che torna dal suo primo vertice importante, Berlusconi che avrà la prima risposta dell’oracolo (la corte suprema) sui suoi processi: impedimento sì o no, la condanna (con l’interdizione dai pubblici uffici) Mediaset andrà mai in giudicato? Chissà.

“Intesa al G8 sui paradisi fiscali”, dice il Corriere della Sera. Una buona notizia, l’unica intesa possibile di questa parata di potenti che si sentono sempre più impotenti. Bisognerà vedere cosa seguirà. Per il nostro paese, se sarà possibile recuperare un po’ dell’evasione pesante, quella dei ricchi veri. Ogni anno 140 miliardi, poco più poco meno, vengono sottratti al fisco, se fosse possibile ottenerne un venti per cento indietro, Letta e il suo governo potrebbero superare le ambasce dell’aumento dell’IVA (da scongiurare) e dell’IMU (da rimodulare).

Ieri un titolo del Sole24Ore on line mi ha colpito. “336 miliardi di euro nelle tasche di 176mila italiani”. Ho fatto i conti: pressappoco due milioni in media per ognuno di questi connazionali. Ecco la ricchezza del Belpaese. Non chiamatela patrimoniale, ma qualcosa, da quelle parti si dovrebbe tentare. Un insegnante di ruolo (a proposito di maturità) si mette in tasca 1500 euro al mese. Se  facciamo i conti al rovescio, considerando imposte e contributi, il lordo dovrebbe essere inferiore ai 40mila euro l’anno, un cinquantesimo di quel signor due milioni!

“USA – Taleban, tavolo di pace” titola la Stampa. La notizia l’ha data Obama. Karzai incontra il mullah Omar a Doha. Il mullah Omar! Frugo negli archivi della memoria: quello che si era imparentato con Ben Laden, che aveva offerto l’Afganistan come base per gli attentati di al-Qaeda, il mandante dell’assassinio (con telecamera esplosiva) di Massud, il capo di quel paese contro cui Bush scatenò le armi, i soldi, lo sdegno del mondo intero. Sono passati quasi 12 anni. Si tratti, è giusto. Che il damerino imposto dagli americani si veda a quattrocchi con il barbuto sorretto dai servizi segreti del Pakistan. Ma dove sono i mascalzoni che inneggiarono alla guerra? Anche quando fu chiaro che gli americani non volevano davvero prendere Omar e il suo parente acquisito Ben Laden e si inventarono un’altra guerra in Iraq. L’Occidente aveva bisogno di un nemico perché le sue classi medie non cominciassero a pensare che il nemico lo avevano in casa. Sotto la maschera del finanziere, del banchiere d’affari, dei troppo ricchi e sfrenati, dei cantori che qualcosa dalle tasche dei ricchi finisce anche nelle nostre. E non è vero.

Ora ci si meraviglia del primo morto italiano tra i ribelli (islamici e, probabilmente, fanatici) della Siria. Ce ne sarebbero 50, come lui a combattere contro Assad. 50 che hanno creduto alle balle di Bush. Come giornalisti e intellettuali molto meglio pagati e molto più annoiati.

A proposito, ieri, con Laura Puppato, ho segnalato che c’è un giudice pure ad Atene. La corte ha ordinato che si riaccendano i ripetitori della ERT, televisione pubblica greca. Un po’ più decente, nelle sue cronache, dei network privati e che, per questo, il governo di grande intese (greco) aveva deciso di liquidare. Oggi leggiamo sul Fatto: “Così smantellano la Rai”. Mediobanca spiega che la privatizzazione darebbe 2 miliardi e 600 milioni. Alcune migliaia di disoccupati, più entrate pubblicitarie per Berlusconi (Marina) e Murdoch, un’occasione per Bisignani, il quale, invece di scegliere come fa da tempo i manager della Rai, ne consegnerebbe la proprietà ai soliti amici. La Rai come è non mi piace. La rivolterei da capo a coda. Filosofia (del servizio pubblico), modo di lavorare, ruoli e stipendi delle diverse figure professionali. Per anni ne ho fatto un uso alternativo. Com’era scritto, mi sono dovuto arrendere. Ma mi disgusta un po’, lo confesso, che gli stessi che l’hanno massacrata oggi vogliano guadagnare dalla dispersione delle sue membra.

Da corradinomineo.it

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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