Scusate il ritardo! Il caffè di sabato 15 giugno

IlcaffediMineoDa corradinomineo.it – Il governo si arrabatta. Prende tempo. Vara qualche misura che costi poco o niente, ma con un nome da spot pubblicitario: decreto del Fare. I giornali seguono, in mancanza di meglio. Repubblica: “L’aumento dell’Iva verso il rinvio”. Il Giornale: “le bugie sull’Iva, l’aumento al 22% si può fermare”. “Le donne, stretta sulle violenze”, annuncia La Stampa. Il Sole24Ore promette un’altra “stretta”, “su Equitalia. Vietato pignorare la prima casa” e Il Corriere “5 miliardi per le Imprese”, poi spiega “Crediti agevolati a chi investe. Bollette meno care”. Buone e fattive intenzioni. Speriamo. La vignetta di Giannelli mostra Enrico Letta che rilancia a un tavolo da poker: “Più IVA”.

Ma il Corriere della Sera, solo con un richiamo in “prima” e il “pezzo” a pagina 11 (come si conviene a “un ex segretario”), intervista Pierluigi Bersani. Ed è una bomba. “il governo di cambiamento è ancora una prospettiva possibile”, dice. E si rivolge a nuora (Berlusconi) perché suocera (Napolitano?) intenda. “Berlusconi non pensi di avere in mano le chiavi del futuro. Ci pensi bene. Stavolta staccare la spina al governo non toccherebbe automaticamente andare a votare”. “La mia idea – spiega Bersani a Cazzullo – è pragmatica e realistica: i governi di coalizione puoi doverli fare, ma non sono governi di scossa. Evitano un rischio, ma non sono un motore di cambiamento. Le consultazioni in streaming non sono state inutili. Ora se le ricordano”. E’ vero, se le ricordano. Tanto che il capo gruppo alla Camera dei 5 Stelle straparla di compra vendita di deputati e senatori, qualcuno minaccia di espulsione chi non espellerà Charlotte (mata-Grillo) Corday-Gambaro. Il Fatto Quotidiano titola: “Vogliono comprarci. Invece no. I 5 Stelle sempre più spaccati”.

Ma torniamo a Bersani. Prodigo di complimenti per il suo ex vice: “persona intelligente, capace e leale”. Ma con lo sguardo teso oltre Letta. Freddo sulle riforme istituzionali, Bersani consiglia: “Il governo non deve legare la sua vita solo alle riforme istituzionali…deve durare fino a quando non si vedano risultati di una riforma della politica e dei partiti di cui il Pd con il suo congresso deve essere il battistrada”. Dunque, più che il cambio della forma del governo l’urgenza è la riforma dei partiti. Vero. Ma perché, allora, abbiamo passato due mesi a parlare di larghe intese, ad avallare la bufala secondo cui non si potrebbe governare senza riformare la Costituzione, due mesi con il Parlamento paralizzato nell’attesa della grande riforma. Ora torna Bersani e con lui si torna alla casella di partenza.

Torniamoci. E proviamo a dialogare con  questo leader straordinario e tragico che aveva promesso di piantare i piedi del Pd nella società civile, di chiudere (parole sue) venti anni di subalternità a Berlusconi, e poi si è fatto travolgere dal senso di “responsabilità”, dalla tela di Napolitano – Penelope, dalla paura di aver portato i “pares”, di cui  a ragione si sentiva solo un “primus”, verso una storica sconfitta. Il Pd – dice Bersani- ha perso a febbraio “un milione e 700mila voti. Un milione erano gli arrabbiati, 700mila pensavano che avremmo vinto lo stesso”. Tace degli errori della campagna elettorale, ma rivendica con orgoglio il tentativo di insistere, dopo la mezza sconfitta o mezza vittoria, sull’ipotesi del governo di cambiamento, a guida Bersani, aprendo ai 5 Stelle. “Dopo il voto tentai di parlare con Grillo – sottolinea- ma non è stato possibile”. Tace, Bersani, di quel pre incarico durato una quaresima. Senza il coraggio di dire a Napolitano: “insomma o mi fai tentare sul serio, o fai tu, se sei capace”. Non dice se qualcuno (D’Alema) gli avesse davvero consigliato di fare un passo indietro, e tentare il “cambiamento” con un altro nome. Quello di Rodotà, per esempio. Molte cose non spiega l’ex segretario, ma ci tiene a dare la sua versione delle vicende (tragiche) che hanno portato al secondo mandato di Napolitano e al governo delle larghe intese.

E qui si vede come sia rimasto impigliato in un’ideologia d’altri tempi, in un linguaggio che usa parole ormai inutili, incapaci di interpretare il reale. “L’elezione del capo dello stato implica la ricerca di una soluzione il più possibile condivisa”. Condivisa con chi? Con il PDL? E no, caro Pierluigi, il Presidente della Repubblica rappresenta – lo hai detto – l’unità della nazione. Cioè, tornando a bomba, la grande maggioranza di italiane e italiani che non ne poteva più della seconda repubblica. Per capirci, gli elettori del Pd, del 5 stelle, persino di lista Civica che anch’essa, a suo modo, postulava una svolta. Non una scelta condivisa (come voleva Napolitano)  da Pd e PDL, quasi fossero ancora, dopo 40 anni, quel  PCI e quella Dc, signori ciascuno del suo campo, al tempo della guerra fredda. Esponendo i tuoi candidati al veto di Berlusconi, hai mostrato, caro Bersani, di concepire la continuità dello Stato come una cupola istituzionale immutabile nel tempo, che, al massimo, può lasciare al governo piccoli spazi di pragmatico cambiamento..

“Tutti mi chiedono chi fossero i 101 (che hanno affondato Prodi), rispondo: parliamo prima dei 200 per (no, Pierluigi, contro) Marini”. Beh, io sono stato uno dei 200, e Civati e Tocci e persino la Moretti, che se ben ricordo era portavoce del segretario al tempo delle primarie. “Non è così che si sta in un partito – rimprovera Bersani – Vorrei un partito in cui si dialoga con la base su facebook  su twitter ma si ha il coraggio di seguire e difendere le scelte collettive”. Collettive con chi? Qualcuno aveva affidato al segretario il mandato di buttare alle ortiche “il cambiamento” e di far scegliere a Berlusconi, sia pure in casa nostra, l’uomo che simboleggia l’unità della Nazione? Perché non proporre Rodotà, prima che lo facesse Grillo? E perché l’elezione di Marini, con i voti del PDL e non quelli a 5 Stelle, avrebbe dovuto consentire poi un governo con i voti dei grillini e senza quelli dei berluscones? Forse perché Marini è comunque un ex democristiano (dunque un “moderato”) e Bersani un post comunista (dunque per il “cambiamento”, e le due “anime” possono convivere e spartirsi Quirinale e Palazzo Chigi? Ancora un tuffo negli anni 70.  Incomprensibile. Come incomprensibile mi parve la rinuncia di Bersani alla replica, dopo un confronto drammatico tra i grandi elettori  che lo aveva messo in minoranza. Assurda la pretesa di imporre il voto, dopo che tanti avevano abbandonato la sala. Non si poteva attendere qualche ora o qualche giorno? Persino lasciare che l’ipotesi Marini “maturasse” fino al quarto voto, quando sarebbe bastata la maggioranza del 50 più 1 per cento?

Invece, tu Bersani, ti sei riunito con qualcuno (con chi, di grazia?) e dopo lunga attesa hai proposto Prodi. E’ vero, nel farlo, hai accennato alla possibilità di ricorrere al voto segreto. Ma non ci hai detto chi fosse l’altro candidato in alternativa (D’Alema?). Hai sentito l’applauso al nome di Prodi ( per me significava: basta trattare con Berlusconi) e hai lasciato che Zanda, si limitasse a chiedere un voto per alzata di mani. Una mano in alto non si nega al fondatore del Pd, ma 101 poi hanno tradito. E tu non vuoi sapere chi siano perché sai bene come il gruppo dirigente fosse diviso. Ecco la differenza. Su Marini, c’era una parvenza di unità tra chi tira le fila, la base doveva obbedire. Su Prodi no, e i traditori erano perciò nel loro diritto.

Mi dispiace, ma quando parla del partito come “soggetto” e non “luogo” della politica, Pierluigi Bersani sembra pensare, purtroppo, a quel partito lì. Quello della mediazione preventiva al vertice. Il gruppo dirigente che sceglie coperto dal segreto, la base che segue. Anacronistico! Quando stigmatizza le correnti “mini formazioni personalizzate… (magari) fossero correnti, rischiano di essere filiere al servizio di una persona”, Bersani omette di ricordare come queste filiere reclutino i nuovi quadri, ne facciano consiglieri, deputati, sotto ministri, presidenti di commissioni, dirigenti pubblici e semi pubblici. Finge di non capire ( o non capisce) che così si scelgono i peggiori, si continua a inquinare lo Stato per l’interesse del partito, si pongono le condizioni di una solidarietà di casta con l’uomo solo al comando, con Silvio Berlusconi.

Basta. Le prediche lunghe vengono a noia. Spero solo che il ritorno dello smacchiatore serva a riaprire il dibattito nel Pd. Che genere di partito, che stile di direzione, quale responsabilità verso iscritti ed elettori vogliamo?

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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