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Povera RAI

di Nicola D’Angelo, 13 giugno 2013

RAIA che serve la RAI? Chiudiamola, in Grecia l’hanno fatto! É una fonte di sprechi, troppa gente, che vadano tutti a casa. Questa la media dei commenti di questi giorni. Ed ecco spuntare uno che c’è sempre ai “piani alti”, qualche “governativo” che prende la palla al balzo e dice: “perché il servizio pubblico deve farlo la RAI, si faccia una gara”. Poi, resosi conto di essere stato troppo esplicito, si corregge: “bisogna fare come in Gran Bretagna con la BBC, un Royal Charte Act, cioè un contratto che impegni le risorse per il servizio pubblico ai risultati”. Già, peccato che non dica che quel contratto non é aperto ai terzi e lo fanno solo con la BBC. Da noi questo Royal Charte de’ noantri non si capisce che funzione avrebbe (o forse sì), visto che esiste una cosa che si chiama contratto di servizio, da tempo fermo nelle stanze del governo.Tempo fa, parlando in qualche convegno, sostenevo il pericolo per la RAI di vedersi scippare il servizio pubblico alla scadenza della concessione. Dicevo: “la normativa europea non é contraria e la nostra Antitrust già l’ha detto. Se non si riforma l’azienda qualcuno ci proverà”. Alcuni mi guardarono con sufficienza, soprattutto in RAI, oggi sommessamente l’invito a ripensarci. Qual é dunque il possibile scenario: si fa una gara improntata all’efficienza e non necessariamente unitaria, cosicché funzioni di servizio pubblico, ovviamente remunerate, possano essere assegnate ad altri operatori nazionali, ad esempio (é solo un esempio!) a Mediaset e Sky.

Ora io capisco che tanti non ne possono più dell’andazzo RAI: un’informazione asservita, una qualità della programmazione discutibile, costi esorbitanti. Ma a questo punto l’azienda è stata portata dallo stesso sistema politico che oggi la vuole far fuori. Che dunque si debba cambiare non c’è dubbio. Ma un conto è cambiare, un altro è dare il servizio pubblico in mano ai satrapi della TV. Il governo per quale motivo non si impegna, come peraltro aveva promesso il PD in campagna elettorale, nella riforma della RAI? Domanda retorica vista l’immanenza devastante del conflitto di interessi. Quanto poi all’oggetto del servizio pubblico che come un novello Diogene qualcuno fa finta di cercare, basterebbe far mente locale su due concetti: quello di bene comune; quello della convergenza. Il primo riguarda l’idea che l’informazione è un diritto di tutti e che il suo maggior presidio è in un servizio pubblico autenticamente pluralistico (cfr. la bella proposta di riforma della RAI patrocinata da Move On). Il secondo attiene al ruolo della RAI su internet mediante l’utilizzo del suo grande patrimonio tecnico. Una presenza in termini di contenuti propri e come soggetto in grado di fornire l’ambiente favorevole per le forme di informazione “dal basso”, il c.d. citizen journalism, frontiera inevitabile del prossimo futuro.

*da Articolo 21, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

0 pensieri riguardo “Povera RAI

  1. Mi sembra senz’altro possibile, anzi abbastanza probabile, che se la RAI non viene riformata, restituendole efficienza ed efficacia come Servizio Pubblico, si vada verso una completa privatizzazione del servizio. A questo punto l’azienda pubblica scomparirebbe per far posto ad una Mediaset in sedicesimo; non penso affatto che diminuirebbe l’asservimento alla politica espressa dai partiti della maggioranza; anzi, si potrebbe andar incontro ad una situazione peggiore, sotto questo profilo. Di proposte ne sono state fatte molte, forse troppe, di modo si elidessero a vicenda; se ne scelga finalmente una che possa garantire all’azienda pubblica la necessaria autonomia tecnica e finanziaria, e la si porti a compimento. Un’azienda pubblica può essere più efficiente di molte private comparabili; occorrono competenza, passione ed onestà in primo luogo da parte della dirigenza e poi del restante personale; per ottenere ciò è sufficiente selezionare tutti in maniera corretta ed avere buoni organi di controllo e di gestione. I modelli di struttura sono relativamente indifferenti.

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