Grecia: tv spenta, la democrazia stenta

di Stefano Corradino, 14 giugno 2013*

ambasciata greca stefano corradinoSpegnere la televisione equivale a spegnere la democrazia. Quando poi l’attacco alla democrazia viene rivolto proprio alla Grecia, culla della democrazia e della civiltà occidentale (il termine, “démos+cràtos”, deriva proprio dal greco, come almeno una parola su cinque del nostro vocabolario) il problema non può riguardare un solo Stato ma quantomeno, l’intero continente europeo.
Il presidio di ieri davanti all’Ambasciata greca ha espresso un sentimento di angoscia e inquietudine per le sorti della televisione pubblica, chiusa con un colpo di mano perché “da qualche parte si doveva cominciare con il licenziamento degli impiegati statali” (duemilaottocento).Ma chiudere la tv di stato, anche in un Paese come la Grecia equivale a un atto palesemente incostituzionale. Lo dicono gli stessi giuristi greci ricordando che né un presidente né un tribunale possono decretare lo spegnimento del servizio pubblico ellenico. Lo dice la stessa Costituzione che all’art.14 (il corrispettivo del nostro art.21) chiarisce: “Ciascuno può esprimere e diffondere il proprio pensiero per mezzo della parola, dello scritto e della stampa, nel rispetto delle leggi dello Stato”. “La stampa è libera. La censura e tutte le altre misure preventive sono proibite”.

Per queste ragioni nella petizione che abbiamo lanciato sul sito Change.org e che vi invitiamo a firmare chiediamo al Parlamento europeo di far sentire, ora e subito, la sua voce e di invitare il governo greco a recedere dalla sua decisione, e di disporre la immediata accensione dei ripetitori, e, in caso contrario, di procedere alla relativa apertura della procedura di infrazione”.

La protesta di ieri davanti all’ambasciata greca deve ora trasferirsi di fronte al cancello di un’altra sede diplomatica, quella turcadove i giornalisti di tv e giornali liberi vengono zittiti, perseguitati, incarcerati, minacciati, pesantemente sanzionati. La loro colpa? Dare voce alla protesta popolare.

da “Il Fatto Quotidiano”

*(nella foto: il presidio del 13 giugno davanti all’ambasciata greca di via Mercadante, Roma)

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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