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Piano carceri per 10 mila posti? Gonnella: ”Solo chiacchiere”

carceri celleLa critica del presidente di Antigone al piano del ministro della Giustizia sul Corsera. “Se va bene, entro quest’anno solo 600 posti”. E sulla condanna della Corte europea: “Se non cambia nulla, ricorsi a centinaia e danni per decine di milioni euro”

ROMA, 10 giugno 2013 – “Il piano per 10 mila posti nelle carceri italiane? Sono solo chiacchiere”. Duro il commento di Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, sul “piano carceri” messo a punto dal ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, riportato oggi dal Corriere della Sera. Un piano che prevede la creazione di 10mila nuovi posti entro il 2015, un decreto legge per limitare gli ingressi in carcere e favorire le uscite di chi sta scontando l’ultima parte della pena e l’apertura di nuove strutture per 4 mila posti entro la fine dell’anno. Numeri snocciolati sulle pagine del quotidiano di via Solforino che per Gonnella sono lontani dalla realtà. “Non ci sono 10 mila posti – spiega Gonnella -. Se va bene, entro quest’anno potranno essere messi in piedi 600 posti. Sono passati tre anni da quando è stato predisposto il piano carceri e non è stato messo un mattone, come fanno nei prossimi tre mesi a creare migliaia di posti? Nel frattempo non avranno i soldi per la manutenzione dei reparti delle carceri aperte che andranno a chiudere. È una coperta troppo corta. È inutile stare ad insistere”.

Tuttavia, aggiunge Gonnella, è ancora presto per dare sentenze definitive. “Per il momento è un piano troppo vago per esprimere giudizi, lo farò quando vedrò proposte concrete”. Tuttavia, i numeri del piano Cancellieri sembrano essere lontani da quelli necessari per rispondere in modo adeguato alla Corte europea dei diritti dell’uomo che a fine maggio ha rigettato il ricorso presentato dall’Italia contro la sentenza dell’8 gennaio che condanna il nostro Paese per le condizioni di vita nelle carceri italiane. “I 10 mila posti sono insufficienti – spiega Gonnella -. La Corte europea dice che bisogna garantire lo spazio vitale alle persone, che tradotto in numeri vuol dire che ci sono 30mila persone in più, mentre l’amministrazione penitenziaria dice 20 mila perché non calcola i reparti chiusi”. Dati, questi ultimi, resi noti secondo Gonnella proprio dall’amministrazione penitenziaria, che avrebbe stimato la capienza degli istituti di pena italiani in 37 mila e non 45 mila, come stimato ufficialmente, contro una popolazione detenuta di oltre 65 mila persone.

Di positivo, nel piano Cancellieri, c’è “la presa d’atto dell’urgenza” di intervenire sul sovraffollamento, aggiunge Gonnella. “Questo è un punto di condivisione – spiega -: si deve intervenire subito e con un decreto legge, con delle misure che siano immediatamente operative. Bisogna approvare un decreto legge cambiando la legge Cirielli togliendo tutti i paletti alle misure alternative; occorre cambiare radicalmente la legge sulle droghe e modificare le norme sulla custodia cautelare”. A tutto questo, però, serve anche “un’amnistia mirata”, contemporanea al cambio delle regole d’ingresso in carcere. “Un’amnistia senza cambiare le regole è inutile, perché in due anni si riproduce questo stesso sovraffollamento”. 

A pesare come una lama affilata sul sistema penitenziario, la data del 27 maggio 2014. Termine ultimo individuato dalla Corte europea per rimediare al sovraffollamento nelle carceri. “Se non si rispetta la sentenza della Corte europea – chiosa Gonnella -, tutti i ricorsi individuali presentati dai detenuti andranno in giudizio e a condanna. Ce ne sono già 500, di cui noi, come Antigone, ne abbiamo presentati 150. Andranno a giudizio con danno erariale per lo Stato. La sentenza dell’8 gennaio è costata all’Italia 100 mila euro e riguardava solo sette detenuti”. Ricorsi alla Corte europea che, se non dovesse cambiare nulla, potrebbero arrivarne a centinaia, ha concluso il presidente di Antigone, con un danno per le casse dello Stato che potrebbe sfiorare decine di milioni di euro. (ga)

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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