Giornalismo investigativo. Leo Sisti: inchieste finanziate da fondazioni straniere, per garantire indipendenza e qualità

 LSDI | 5 giugno 2013

Sisti LeoUno dei maggiori giornalisti italiani racconta la sua esperienza professionale e il suo costante ripudio della “casta giornalistica”. Il suo ultimo progetto, IRPI, è un esperimento al di fuori dei confini dei media tradizionali del nostro paese – In Italia, spiega, ‘’chi darebbe mai quattro o cinque mesi ad un giornalista per fare un’ inchiesta? Oggi i giornalisti devono farle in due o tre giorni. E’ un ritmo impossibile per un quotidiano. Per questo, IRPI sta occupando uno spazio che è libero, almeno nel nostro paese’’ –  E poi, aggiunge, i nostri quotidiani  ‘’oggi sono malati di politica: di politica del gossip piú sfrenato. Io non capisco questo giornalismo’’, non accetto questa ‘’fabbrica del gossip politico’’ – ‘’Trovatemi un politico che non voglia parlare: è sempre a tua disposizione, mentre il problema è far parlare chi non vuole’’

 di Daniele Grasso, Milano/Madrid – Cominciò alla fine degli anni ’60, all’ università, con il giornalismo musicale; passò dalla cronaca economica e giudiziaria e approdò al giornalismo investigativo per svelare, tra gli altri, i segreti della mafia siciliana e di Al Qaeda. Ed oggi, dopo più di 30 anni di carriera, Leo Sisti non è affatto stanco.

Questo giornalista d’ inchiesta con otto libri scritti e premi prestigiosi come l’ Investigative Reporters and Editors, ha fondato a gennaio l’ Investigative Reporting Project Italy (IRPI), un progetto per svolgere e promuovere inchieste giornalistiche internazionali, ispirandosi all’ esperienza maturata con l’ International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), di cui è membro dal 2000.

Sisti ci riceve nel suo studio milanese, un piccolo appartamento che trabocca di archiviatori colorati su cui spiccano i nomi di personaggi illustri della recente storia italiana. Nonostante sieda dietro ad una scrivania piena di ritagli di giornale, assicura che il giornalismo di oggi, lui, non lo capisce: “troppa politica e troppo gossip”.

Con che idea nasce l’ IRPI?

L’ Irpi, più che come possibile struttura giornalistica, nasce come un esperimento. L’ obiettivo è fare grandi inchieste finanziate da fondazioni internazionali, evitando invece quelle italiane.

 E questo garantisce l’ indipendenza?

Io credo di sì. Abbiamo preso il modello dell’ ICIJ. Per ora siamo in nove, tre stipendiati ed altri freelance, tra fixer e collaboratori. Si lavora in italiano ed in inglese. Siamo nati a gennaio, ma abbiamo già pubblicato un’ inchiesta, Agromafia. La parte pubblicata fino ad ora tratta il sistema del pomodoro “made in Italy”, ma in realtà in gran parte cinese, che una grande azienda italiana vendeva in Inghilterra. L’ inchiesta è stata finanziata dal  Journalism Fund ed è stata venduta a The Guardian. Ed è lì che arriva il guadagno, perché i finanziamenti se ne vanno in viaggi ed hotel, anche se stiamo stringati: se si può, ci si fa ospitare da amici. Quando l’ inchiesta la vendiamo, i soldi si distribuiscono tra chi l’ ha realizzata.

 Perché sui giornali non si trovano grandi inchieste?

Perché nessuno dará mai quattro o cinque mesi ad un giornalista per fare un’ inchiesta. Oggi i giornalisti devono farle in due o tre giorni. É un ritmo impossibile per un quotidiano. Per questo, IRPI sta occupando uno spazio che é libero, almeno in Italia.

Ma l’ inchiesta sarebbe un’ investimento: perché sembra che nessuno voglia arrischiarsi?

Io ci ho provato a farlo capire, ma sembra impossibile. I quotidiani oggi sono malati di politica: di politica del gossip più sfrenato. Io non capisco questo giornalismo, non lo accetto. Il fatto è che ci sono molti giornalisti che scrivono di politica, ed ovviamente vogliono imporre i propri pezzi. Così si forma un meccanismo autoreferenziale. Se leggo la miliardesima intervista a Veltroni giro pagina: cosa ha da dire di nuovo? Leggendo i giornali (ed essendo giornalista sono obbligato a leggerli tutti) sembra che si tratti di fare “pubblicità” a certi personaggi, che sono in scena da 20 o 30 anni.

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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