La pace, l’Unesco e Hollande

Hollande Malill presidente francese premiato dall’Unesco per l’intervento in Mali. I leader della regione lo incensano, ma è lui stesso a riconoscere che molte cose non vanno.

di Davide Maggiore, 7 giugno 2013* – Il premio per la pace al presidente della guerra in Mali. Ha suscitato polemiche la cerimonia di consegna, il 5 giugno, del premio per la pace ‘Houphouët-Boigny’ dell’Unesco al presidente francese François Hollande. E forse non poteva andare diversamente, considerato che le motivazioni dell’assegnazione – diffuse già a fine febbraio – parlavano di “alto contributo alla stabilità e alla pace in Africa” e della “solidarietà manifestata dalla Francia verso i popoli africani” facendo anche riferimento all’intervento sul territorio maliano. I leader della regione presenti a Parigi per la cerimonia di consegna hanno gratificato il loro omologo europeo con parole di lode assoluta: “François Hollande, nessuno merita questo premio più di te!”, ha detto ad esempio il capo di Stato del Mali, Dioncounda Traoré, lodando – come riporta il sito del settimanale francese ‘L’Express’ – il “soldato della pace” che ha sconfitto “l’internazionale del terrore e dell’umiliazione”. Parole tutt’altro che inattese considerando che, in gennaio, l’arrivo delle truppe francesi aveva risparmiato a Traoré la quasi certa capitolazione di fronte ai miliziani jihadisti che, dalle regioni del nord, minacciavano ormai di raggiungere la capitale Bamako.

Questo elemento è stato ricordato, con uguale enfasi, dal presidente beninese Yayi Boni, che si è chiesto: “Se la Francia non fosse intervenuta, dove saremmo oggi?”. “Dio solo lo sa!”, la risposta fornita dallo stesso capo di Stato, che ha quindi proseguito: “Non lo diremo mai abbastanza: grazie, grazie, grazie alla Francia per il suo contributo essenziale alla pace e alla stabilità dell’Africa”. Toni trionfali che persino una parte della stampa francese aveva mostrato di non condividere.

“È difficile non pensare che il riconoscimento che François Hollande sta per ricevere non sia anche un omaggio alla guerra, che lo si voglia o no”, scriveva alla vigilia della consegna il sito specializzato ‘Slate Afrique’, che pure aveva dedicato, nei mesi scorsi, vari articoli al pericolo rappresentato dagli islamisti nel paese dell’Africa occidentale. “La situazione in Sahel è più che preoccupante e nessuno può davvero calcolare le conseguenze di questa ‘guerra contro il terrorismo’ scoppiata in Mali. In cosa la guerra è sinonimo di pace? In cosa ciò corrisponde ai valori dell’umanesimo propugnati dalla carta dell’Unesco?” prosegue l’articolo, firmato da Raoul Mbog.

“Non si tratta solo di una decisione controproducente, si tratta di un non-senso”, è la conclusione di Mbog: il premio “arriva troppo presto, non essendo tornata la pace né in Mali né nella fascia sahelo-sahariana”. Mentre il Mali attende il dispiegamento dei 12.600 caschi blu della missione Onu (Minusma) e il controllo di Kidal è ancora disputato tra i gruppi tuareg e le truppe nazionali, la violenza ha infatti raggiunto il vicino Niger. Due attacchi suicidi, con oltre 20 vittime totali, hanno colpito a fine maggio le località di Alit e Agadez. È stata la prima volta che dei kamikaze hanno colpito il Paese. “Può sembrare paradossale – ha riconosciuto lo stesso Hollande – essere ricompensati per la ricerca della pace dopo aver portato la responsabilità di una guerra”. Ma il presidente francese è andato oltre e, ricevendo il premio, ha riconosciuto che la situazione è cambiata ben poco dopo le operazioni militari: “La lotta non è terminata”, ha spiegato, perché “i terroristi oggi colpiscono il Niger e forse domani si dirigeranno altrove in Africa”.

Secondo l’inquilino dell’Eliseo “molto da fare” resta anche all’interno del Mali stesso: le autorità di Bamako, in effetti, sono impegnate nella preparazione delle elezioni generali, previste per il 28 luglio, ma su cui pesano forti dubbi, soprattutto a causa della situazione a Kidal. In più nella città, secondo varie fonti, i miliziani tuareg si starebbero rendendo protagonisti di abusi e persino deportazioni forzate ai danni degli abitanti che appartengono ad etnie nero-africane. E il timore, speculare, di molti osservatori è che la situazione si ribalti nel momento in cui le truppe governative dovessero riassumere il controllo della città.

La contrapposizione tra le popolazioni tuareg del nord e quelle nero-africane del sud è una questione storica del Sahel, lasciata irrisolta dopo la decolonizzazione e periodicamente riesplosa nei decenni; non a caso era stata indicata come la vera sfida del dopoguerra in Mali. Il fatto che la diffidenza tra le diverse comunità sia rimasta, nella migliore delle ipotesi, immutata è un’altra ombra, e non la minore, sulla strana pace ottenuta con le armi da Hollande e premiata dall’Unesco.

Da ilmondodiannibale.it, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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