Caracciolo su Afghanistan: morire a guerra persa

Afghanistan  militari italianiRoma, 9 giugno 2013. – Un altro soldato italiano morto in Afghanistan. Il capitano Giuseppe la Rosa è la vittima numero 53 dall’inizio della missione militare Nato. Ucciso da un bambino di undici anni, dice la fonte talebana. Poi la smentita ufficiale del nostro ministero della difesa. Difficile stabilire la verità quando la notizia proviene da un teatro di guerra. D’altronde il particolare, pur significativo, conta assai meno del fatto che si continua ad uccidere e morire in un conflitto che dura da nove anni e che da tempo, scrive oggi Lucio Caracciolo su Repubblica, “i leader occidentali hanno classificato irredimibile, senza avere il coraggio di ammetterlo”.

Di questo editoriale, intitolato “Morire a guerra persa”, mi limiterò a citare il passaggio in cui l’autore, direttore della rivista di geopolitica “Limes”, spiega perché a livello governativo  ci si ostina ancora ad escludere come irragionevole un ritiro totale della Nato  e dell’esercito italiano dalla missione. Non è certo un ritiro da decidere sotto l’impulso di un’emozione. “La risposta alla domanda ‘che ci facciamo noi lì’ – precisa Caracciolo – pretende la mente fredda. Ma urge. Perché nei prossimi mesi saranno prese a Washington – per esserci comunicate via Bruxelles (Nato) – le decisioni strategiche valide per l’ultimo triennio di Obama. Sarebbe opportuno stabilire che cosa vogliamo o non vogliamo fare in Afghanistan, prima che a spiegarcelo siano, come d’abitudine, i nostri alleati. Qualsiasi ragionamento deve partire dalla constatazione che per gli europei la missione afghana è da sempre fine a se stessa. Oggi più che mai ci attestiamo nell’Hindu Kush non per vincere una guerra invincibile contro nemici indefinibili – specie quando indossano la divisa afgana – ma per dimostrare che la missione continua. E con la missione la Nato. E con la Nato la nostra utilità per l’America…Forse sarà il caso di considerare se, pretendendo di preservare l’Alleanza Atlantica, non la stiamo affossando”.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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