Se il Papa critica il capitalismo (e la sinistra no)

da Micromega, 6 giugno 2013 – Bergoglio non è un rivoluzionario, né ha fatto parte delle correnti più progressiste della Chiesa. E tuttavia il suo magistero s’inserisce in quella rinnovata attenzione alla dottrina sociale scaturita dagli anni del Concilio e dalle esperienza della Chiesa latinoamericana. Perché una simile prospettiva di fede non ha ancora riscosso l’attenzione delle forze culturali e politiche della sinistra?
di Francesco Peloso

Cosa succede se una delle più antiche istituzioni globali della storia, la Chiesa cattolica, attraverso la sua più alta autorità critica le virtù e i presunti benefici del capitalismo mondializzato? La prima reazione dell’opinione pubblica, quasi automatica, è quella di declassare gli interventi del Papa in materia economica e sociale a tradizionale attenzione ai poveri, vale a dire pensieri caritatevoli pronunciati da un leader spirituale. Insomma nulla di nuovo. In quest’atteggiamento c’è ovviamente un po’ di distrazione e di conformismo, eppure si scorge anche qualcos’altro: un certo fastidio verso interventi – in questo caso del Pontefice ma altrove lo stesso effetto è causato da un economista deciso a rompere certi tabù – che provano a rimettere in discussione le fondamenta del modello di sviluppo nel quale siamo immersi e che a quanto pare non ha costruito la felicità per tutti.A circa tre mesi dalla sua elezione, Francesco ha articolato una linea di intervento pastorale in cui spicca la questione della ‘riscrittura’ del sistema di governo del mondo a cominciare dagli squilibri determinati dalla crisi finanziaria degli ultimi anni. Alcuni punti critici sono stati in particolare sottolineati dal Papa argentino: in primo luogo la sudditanza della politica alla finanza e la necessità di rovesciare i rapporti di forza fra questi due fattori, quindi Bergoglio ha descritto la solidarietà non solo come forma episodica di carità – le mense per i poveri, l’accoglienza ecc. – ma quale strumento di governo delle società contemporanee; il Papa ha inoltre rimesso al centro del pensiero e dell’attenzione della Chiesa la povertà quale fenomeno globale, ha rivolto poi il suo j’accuse alla società dei consumi e alla cultura dello ‘scarto’, quello alimentare in primo luogo, che diventa però anche – su scala più ampia – lo ‘scarto’ dell’umano, la persona che diventa rifiuto in quanto espulsa dai processi produttivi e di consumo. Papa Francesco ha naturalmente costruito questi ragionamenti all’interno di una visione cristiana, cioè ha operato una critica al modello di sviluppo in basa alla quale la nostra umanità viene recuperata dal rapporto con Dio, vissuta attraverso un principio di fratellanza d’ispirazione cristiana, che non è più visione solo consolatoria, ma modello sociale alternativo in grado di cambiare i rapporti nell’economia e nelle società rendendoli più giusti. 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

0 pensieri riguardo “Se il Papa critica il capitalismo (e la sinistra no)

  1. Perché questo buon prete-papa non interviene sulle cause dei problemi che giustificano l’operosa attività di assistenza da parte delle istituzioni religiose, riconoscendo di disporre di enormi risorse patrimoniali che, sottratte alla comunità, non partecipano alle spese della società?

    Piacciono le ottime sistemazioni terrene, di cui usufruiscono, ma non gradiscono pagarne il giusto onere di mantenimento per il corretto godimento terreno.

    Forse temono che, assumendo tali doveri, si possa ridurre e lenire la disperazione umana al punto di far cessare la motivazione della loro ‘missione’?

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