Mattarella parla di legge elettorale

Mattarella SergioLa legge elettorale non può fare miracoli, né ci si può illudere che il semi presidenzialismo trasformi l’Italia nella Francia.

In sintesi, è questo il pensiero espresso da Sergio Mattarella, padre del mattarellum ed oggi giudice costituzionale, nell’affollato incontro organizzato da Libertà e Giustizia sul tema “Legge elettorale e Democrazia”.
Il  relatore sottolinea anche l’importanza dei regolamenti parlamentari, ma soprattutto dei “comportamenti” parlamentari
“Quando l’art. 54 della Carta parla di disciplina e onore  – dice Mattarella – mi viene in mente il comportamento di quei parlamentari che sono eletti in uno schieramento e poi migrano in quello opposto, senza sentire invece l’esigenza di dimettersi, come dovrebbero fare in ossequio all’onore della carica che rivestono”
Nella parte dedicata alle domande dal pubblico, si affronta anche il tema del divieto di vincolo di mandato.
Il giudice evita con cura la cronaca politica, ma si sofferma sul significato profondo dell’art. 67.
“Rappresentare la nazione per un parlamentare significa elevare il suo comportamento all’interesse generale, anche se la sua elezione è espressione di una parte”
Ed è su questo punto, che la riflessione si condensa in un interrogativo: esiste ancora la cultura dell’interesse generale nel Parlamento? E se è insufficiente, come può accingersi a modificare così in profondità la Costituzione?
Mattarella fa presente che la sua posizione non gli consente di entrare nel merito della questione politica, ma non sfugge alla sollecitazione.
“Una legge elettorale – dice – non si cambia ogni dozzina d’anni, ma dopo cicli molto più lunghi, perché ha bisogno di armonizzarsi con il sistema politico e viceversa. E quando la si modifica, occorre aver presenti le due grandi esigenze che una legge elettorale deve affrontare, la rappresentatività e la governabilità, con un’accorta attenzione al loro equilibrio”.
A fine incontro, lo ringrazio e gli chiedo: ma senza la soluzione del conflitto d’interessi come si fa a preservare le elezioni dalla propaganda televisiva di una parte?
Mattarella mi guarda in silenzio;  poi sorride, ringrazia dell’invito  e si congeda.
Massimo Marnetto
Libertà e Giustizia di Roma

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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