Il Papa che sta sconvolgendo la Chiesa

di Adriano Donaggio,6 giugno 2013*

papa francescoPapa Francesco sta sconvolgendo la Chiesa. Con metodo e visione strategica. Non solo nelle abitudini, il modo e il luogo dove vive e riceve i suoi ospiti, le visite nelle parrocchie di periferia, una predicazione quotidiana che sconvolge il modo di pensare al Papa. In qualche modo le encicliche toccavano temi fondamentali della vita della Chiesa e dell’ umanità (la pace, per es. con la Pacem in terris). Ma le encicliche in qualche modo, anche se erano indirizzate a tutti gli uomini, nel profondo risentivano dell’ ideologia medievale della summa, un intervento che sistematizzava le conoscenze e i punti di riferimento di un sapere. Ma oggi viviamo in un mondo troppo complesso, frammentato, rapido, veloce, indifferente per essere toccato da un’ enciclica che pure in alcuni momenti di un pontificato saranno uno strumento necessario.
Papa Francesco ha capito che anche quando si ha ragione non è detto che si sia seguiti perché viene inviata una lettera agli uomini di tutto il mondo. L’ esempio della Pacem in terris è sotto certi aspetti clamoroso. Uscì tempestivamente, ciò che vi è scritto proclama parole sante, ma in nulla ha influito su un mondo che continua a vivere di guerre, “suicidio dell’ umanità”.
Papa Francesco ha capito che occorre un intervento quotidiano, determinato, un segnale a tutta la Chiesa, ma anche la proclamazione di una parola che non ha paura dei poteri forti, che interviene con una durezza pari alla sfida, al pericolo che la degenerazione del costume morale fa correre all’ umanità. Della corruzione ha detto: “la corruzione è l’ anticristo in mezzo a noi”. E il Vaticano, tanto per cominciare, ha pubblicato su l’ Osservatore romano, un’ intervista del Presidente dello Ior che analizza tutti i problemi di quella che viene chiamata la banca vaticana, oggetto di sfiducia e di voci incontrollate che mal si conciliano con l’ acqua santa. Come dire. Esigiamo, ma siamo i primi a metterci in discussione e siamo determinati a farlo.
Come ha ricordato anche recentemente Noam Chomsky,è dagli anni Settanta che è cominciata la deregulation dei mercati finanziari, la pratica di quella che un premio Nobel dell’ Economia, Joseph Stiglitz ha definito: “l’ assurda religione che i mercati hanno sempre ragione”. Sono ormai più di quarant’ anni che, passo dopo passo, si è distrutto tutto ciò che il New Deal aveva prodotto per regolare l’ attività finanziaria. I risultati sono quello cui stiamo assistendo. Le ragioni le conoscono tutti, ma chi ha in mano la finanza ha poteri economici, di condizionamento, di lobby, di ricatto. Tutti dicono che bisogna mettere regole alla speculazione finanziaria, a questa economia senza controllo che muove carta invece che valori economici, ma nessuno interviene realmente. Dicono di aiutare i paesi in difficoltà ma i risultati sono di un’ evidenza così clamorosa che lo stesso FMI deve riconoscere di aver sbagliato.
Hanno dato i soldi alla Grecia più che per aiutare la popolazione per permettere alle Banche tedesche di rientrare dai loro improvvidi investimenti. La BCE finanzia i mercati ma il meccanismo è tale per cui i nostri buoni del tesoro sono destinati a passare in misura rilevante e cospicua in mano agli italiani (nel passato erano in larga parte possesso di investitori stranieri). Questo comporta una conseguenza tale che se fallisce l’ Italia il prezzo lo paga la popolazione, ad andare in fumo saranno i risparmi degli italiani. I finanzieri e le banche straniere non ci rimetteranno una lira. Questo ha come conseguenza che poco importa alla grande finanzia se l’ economia italiana va al tracollo e non potremmo pagare i debiti perché non produciamo, perché non abbiamo più un’ industria manifatturiera. Tanto a fare la fame saranno gli italiani.
Quella che manca non è la consapevolezza dei problemi, al di là delle chiacchiere, quello che manca è una fermezza etica che si metta di fronte a questi poteri che impongono guerre, droga, commercio di persone, speculazione finanziaria, impoverimenti. Occorre qualcuno che abbia il coraggio di affrontare questi speculatori cinici, abietti e privi di scrupoli che conducono intere popolazioni alla tragedia. Quello che manca non è la consapevolezza del problema, è una determinazione etica che obblighi a un cambiamento radicale, che metta un altolà deciso, invalicabile. In questa battaglia Papa Francesco è uno dei pochi punti di riferimenti reali, volitivi e determinati. Ha detto recentemente: “L’ indifferenza fa sì che, nel mondo di oggi, una persona che muore di freddo per strada non fa notizia. Al contrario un abbassamento di 10 punti nelle Borse di alcune città costituisce una tragedia. Le persone vengono scartate. Noi, le persone, veniamo scartati come fossimo dei rifiuti”.
Ha usato parole ancora più forti: “Noi non stiamo vivendo un momento di crisi. Peggio. E’ la persona umana che è in pericolo”.
Ci vuole coraggio per dire queste cose. Quando si toccano alcuni poteri si rischia molto (Papa Giovanni Paolo II lo ha sperimentato sulla sua pelle). Per questo Papa Francesco non va solo apprezzato, non va solo amato, va anche sostenuto, bisogna far capire che nella sua battaglia ha attorno a sé molte persone, intere comunità. Ciò che esprime è il sentire di intere popolazioni. Una persona si può abbattere. Abbattere intere popolazioni è molto più difficile.
*da Articolo 21, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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