Don Milani pittore, ”dopo la conversione abbandonò i suoi quadri”

437813Intervista alla nipote Valeria Milani Comparetti, alla vigilia dell’inaugurazione della mostra di inediti, realizzati prima della conversione. ”La verità che aveva cercato nella pittura la trovò, su di un altro piano, nella chiesa cattolica”

ROMA, 6 giugno 2013 – Nella casa della madre Alice, in via Masaccio a Firenze, nella stessa stanza in cui Don Lorenzo era morto nel giugno del 1967, erano appesi due dei suoi quadri, un’immagine della Fattoria Gigliola, abitazione del fattore della residenza estiva della famiglia, e la rappresentazione di una strada di Firenze. Sono due delle 80 opere, appartenute alla famiglia e a privati, e per lo più inedite, che saranno visitabili dal 6 giugno prossimo a Palazzo Medici Riccardi nel palazzo della provincia, che ospita l’esposizione “Don Lorenzo Milani e la pittura: dalle opere giovanili al Santo Scolaro” fino al 24 luglio. Ritratti, paesaggi, nature morte, disegni anatomici, tutti realizzati prima della conversione. In parte a Milano, dove studiò prima al liceo Berchet e poi all’Accademia di Brera nei primi anni quaranta, e in parte a  Firenze, dove la famiglia tornò nel 1940 per sfuggire alle leggi razziali (la madre Alice era ebrea) e dove don Milani rientrò definitivamente nel 1942 per entrare nel Seminario del Cestello a Firenze. 

Delle opere, per la prima volta disponibili al pubblico, quindici appartengono a una delle nipoti di don Lorenzo, Valeria Milani Comparetti, figlia del fratello, che alla vigilia dell’inaugurazione racconta il suo rapporto con il priore di Barbiana. “Quando morì Lorenzo, io avevo sette anni. Era mio padre a curarlo, prima a Barbiana e poi a Firenze, a casa della madre, dove ha trascorso l’ultimo periodo della vita. Io e mia sorella  lo accompagnavamo spesso”.

Che ricordi ha di quel periodo?
Fino agli ultimi giorni i  ragazzi di Barbiana furono sempre presenti, lavoravano alla correzione delle bozze di  Lettera a una professoressa. Nella camera di Lorenzo il ticchettio della macchina da scrivere era continuo, il lavoro frenetico. Lorenzo partecipava attivamente mentre mio padre lo medicava. L’immagine della camera di un morente così rumorosa era molto forte. Noi bambine entravamo a salutarlo o aspettavamo con la nonna in salotto.

Che zio era don Milani?
Con noi era affettuoso  e scherzoso. Lorenzo era un uomo molto spiritoso.

A lei che lo ha conosciuto, cosa raccontano i suoi quadri?
Ci ritrovo il suo grande carattere. Sono gli studi di un pittore non ancora professionista, ma che aveva studiato a Brera a Milano e con Staude a Firenze (ndr. Hans-Joachim Staude, 1904-1973). Sono quadri forti, da cui traspare carattere. Veniva da una famiglia molto colta; la famiglia Milani aveva una collezione pittorica importante ed era stata una delle prime a risiedere a Castiglioncello, culla dei Macchiaioli.

Questo accadeva prima della conversione.
La conversione di Lorenzo fu una scelta radicale, potente e totalizzante che rinnegava in tutti i sensi il suo passato nelle ‘tenebre borghesi’. La pittura faceva parte di quanto aveva deciso di lasciare. Quella verità che aveva cercato nella pittura la trovò, su di un altro piano, nella chiesa cattolica. I ragazzi di Barbiana erano suoi figli e tutto il suo mondo. Dopo la conversione ha utilizzato le sue competenze per  insegnare estetica e pittura nella scuola, ma non ha più dipinto.

E i suoi quadri?
Li ha abbandonati. Per questo sono stati ritrovati solo dopo molti anni. Facevano parte di una storia che non gli apparteneva più. La dedizione ai ‘suoi’ ragazzi lo aveva allontanato completamente da quell’esperienza, la cultura e la raffinatezza del suo mondo di provenienza venivano utilizzati solamente in funzione del nuovo obiettivo che si poneva; quello di essere utile in nuovo mondo, quello dei ragazzi proletari, montanari o pastori che accoglieva a Barbiana.

I quindici dipinti di proprietà di Valeria Milani Comparetti saranno esposti dopo un restauro conservativo, realizzato con il “mandato di non modificare in nulla l’opera”. “Il mio impegno e la mia speranza – conclude – è che le opere, i documenti e gli scritti di Lorenzo siano resi accessibili alla gente e soprattutto agli studiosi. E che lo siano oggi, quando testimoni della storia di Lorenzo possano ancora renderne viva la memoria”. (cch)

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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