Casale Monferrato. Il Caffè del 4 giugno

IlcaffediMineoDa corradinomineo.it – “Eternit, una condanna storica”, titolano così sia La repubblica che la Stampa. 18 anni di carcere al signor Schmidheiny, 30 milioni di risarcimento a Casale Monferrato, che era stata la città dell’Eternit ed è diventata il cimitero dell’Eternit. Per i morti di Amianto.  “Sentenza inaudita”, dice Raffaele Guariniello, ma aggiunge subito “merito di questo processo è di averla resa ragionevole”. Perché ha dimostrato, il processo d’appello a Torino, come padroni e manager della multinazionale sapessero che quelle lavorazioni uccidevano e avrebbero continuato a farlo (anche anni dopo la chiusura degli impianti) molti, troppi operai. Sapevano e hanno nascosto la verità per guadagnare meglio. Sapevano e hanno messo in opera sistemi di “depistaggio e di spionaggio” per farla franca.

È una sentenza “che farà scuola”. Si dice così. Però, voglio avvertire certi attivisti del No Muoss che gridano “i nostri figli muoiono”, ci vuole tenacia e determinazione per spuntare una sentenza così. La tenacia del Procuratore Guariniello, di epidemiologi come Benedetto Terracini, di operai, di vittime e familiari di vittime, di cittadini duri come quelli che ho incontrato a Casale Monferrato. Gente che per anni non ha mollato mai. La vita degli operai, come quella dei loro bambini, troppo vicini alle sostanze nocive, è ancora “variabile dipendente” del profitto. Ribaltare la frittata si può. Ma nessuno la regala una sentenza come quella di ieri.

Il Giornale ci regala il suo scoop quotidiano. “Processo truccato, ecco le prove”. Il processo è quello detto “Ruby”. Le prove le fornisce l’avvocato e senatore  Ghedini, che si paragona a De Seze, che assisteva Luigi XVI prima che fosse ghigliottinato. Capite? Berlusconi vittima annunciata del terrore giacobino e  giudiziario. E Lui, generosamente, commenta: “Ho fatto tanto per pacificare questo paese, per salvarlo dallo stallo e dargli un governo e ora assistono tutti in silenzio al tentativo di farmi fuori”. Così avrebbe parlato quel grande statista. Pacificazione in cambio di assoluzione. Intervenga Napolitano, la Consulta si pronunci il 18 giugno a favore del Cavaliere, aprendo la strada alla cassazione, in Cassazione, della condanna a 5 anni di interdizione dai pubblici uffici confermata dalla Corte d’Appello per il processo Mediaset. Sarà questo il prezzo da pagare perché il Governo Letta – Alfano duri quanto basta per preparare “le magnifiche sorti e progressive” della riforma presidenziale? Se sì, lo si dica.

Oppure cosa? Il Corriere titola “Riforme, Napolitano spinge. Un disegno di legge costituzionale entro pochi giorni”. Pochi giorni, secondo me, vuol dire prima del 18 giugno, data fatidica per i processi del Cavaliere. Cioè prima che dalle parti di Arcore si affacci la tentazione di staccare la spina. Non c’è che dire, Napolitano è l’unica testa politica rimasta in campo. Vuole che i suoi protetti, Enrico Letta e Angelino Alfano, si guadagnino la patente di statisti, pronti a metter da parte vecchie divergenze per il bene del paese. E spera che, così facendo,  diventi più difficile per Berlusconi far impazzire la maionese. Ma il ministro competente, Gaetano Quagliariello, sa quanto forte sia il rischio che il governo si impantani. E lo dice. E forse, colà dove si puote, ci si sta accorgendo che per adottare il sistema francese bisogna riscrivere una parte grande (e complessa) dell’architettura costituzionale.

Completano il quadro, un titolo del Fatto “IMU. Solo spiccioli dalla Chiesa”.  Il racconto sulle imprese del Grillo, che ha cacciato un altro giornalista e minaccia di farlo anche con deputati e senatori dissidenti. Poi l’intenzione che Epifani avrebbe manifestato presentando l’ultimo libro di Veltroni, di costruire una super direzione con i leader storici del Pd (quelli a cui fanno riferimento le correnti). Certo, se devono decidere loro, come credo sia successo nel pasticcio presidenziale, meglio dirlo subito. Solo che, andando in giro per l’Italia -ieri ero a Verona – , noto una certa insofferenza, nel Pd, per questa continua mediazione del vertice. Non sarebbe meglio mettere le carte in terra? Sciogliere le correnti, almeno quelle, che servono a spartirsi posti di potere e hanno poco altro da dire? Preparare delle tesi congressuali, con formulazioni diverse e intellegibili sui punti di reale dissenso? Che ne so, provare a fare un partito!

In Germania l’economia comincia ad arrancare e, sotto elezioni, può voler dire qualcosa. Erdogan non ha ancora tagliato l’albero della rivolta in Turchia. Troverete qualcosa nelle pagine interne. I nostri giornali hanno cose molto più accattivanti da sbattere in prima”. A proposito. Un saluto a Giuliano Zincone, buon giornalista davvero, e soprattutto coscienza libera di questo strano paese. L’ho sempre visto come un borghese liberale. Uno vero. Razza in estinzione tra tanti stimati conformisti, opportunisti e trasformisti.

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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