Il complesso dopo-Erdogan

Turchia protestaDa “Il mondo di Annibale”, 3 giugno 2013 – In Turchia la rivolta non si ferma. Segno che la popolazione vuole una nuova centralità nella politica. Erdogan ha smontato un sistema per poi imitarlo. 

Ancora proteste. Barricate. Feriti. E’ un fatto che solo i ciechi possono non vedere. E la reazione del governo appare inutile, o futile. Il ministro degli esteri Davutoglu si appella al buon senso , dicendo che così proseguendo si danneggia il buon nome della Turchia, paese rispettato da tutti. Non dice “avete torto”, cerca di richiamare l’orgoglio patrio. Niente da fare. Allora tocca a Erdogan, e il castigatore dei leader arabi che non hanno saputo ascoltare la protesta fa proprio come loro, e si scaglia contro i social media, motore della protesta. E’ qui il segno della parabola di Erdogan. Cade sotto il peso delle sue stesse innovazioni.

Erdogan ha interpretato il bisogno di spazio e peso politico di un ceto medio islamico cresciuto tumultuosamente dopo il collasso dell’Unione Sovietica, gli ha dato una prospettiva democratica, smantellando uno stato militare e militarista, dove non c’era spazio per i ceti medi e i loro desideri. Poi la società turca è cresciuta, ma il partito di Erdogan ha perso smalto, finendo col distanziarsi dalla sua base in continua evoluzione e modernizzazione, soprattutto nelle città, e riducendosi ad apparato di potere. L’uomo che ha smantellato il sistema militare è finito solo, senza opposizioni moderne e credibili. E ha imitato i suoi predecessori, in una pericolosa concentrazione eccessiva del potere.

Ora il paese è cresciuto, anche grazie a lui e alle sue riforme, ma lui non se ne è reso conto, non ha capito quanto. E’ rimasto un testone, un testone musulmano, incapace di capire quanto nuovo fosse il nuovo turco: soprattutto della parte marciante del suo paese. 

E così ora condanna i social media, proprio come fecero i leader arabi che sferzò con maestria.

Ora è difficile che lui torni indietro, e sappia riformare se stesso e il suo partito. La speranza è che la protesta non cada in mano ai nazionalisti, eredi di una storia di golpe e militarizzazione della società. Allora la Turchia andrà avanti…

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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