Servizi all’infanzia: l’Europa bacchetta gli stati

servizi all'infanziaRelazione della Commissione europea. “Obiettivi di Barcellona”, ancora lontani: nel 2010 solo 8 paesi – e tra questi non c’è l’Italia – hanno assicurato la scuola materna al 90 per cento dei bambini e l’asilo nido al 33 per cento

BRUXELLES, 3 giugno 2013  – Gli stati membri devono fare di più per quanto riguarda le strutture per l’infanzia, perché è anche attraverso migliori servizi offerti alle famiglie che si può contribuire a raggiungere l’obiettivo di un’occupazione al 75 per cento nell’UE entro il 2020. E’ quanto raccomanda un rapporto pubblicato oggi dalla Commissione. La relazione sottolinea come solo otto Paesi – fra cui non figura purtroppo l’Italia – hanno raggiunto entrambi gli obiettivi di Barcellona in materia di strutture per l’infanzia, così come concordati nel 2002: tali obiettivi stabilivano che la disponibilità di asili nido doveva essere offerta ad almeno il 33 per cento dei bambini e quella di scuole materne al 90 per cento. L’Italia è attualmente al 26 per cento per quanto riguarda gli asili nido e poco sopra il 90 per cento per quanto riguarda le scuole materne.

Il rapporto, che utilizza dati relativi al 2010 perché sono quelli disponibili per tutti i Paesi, mostra come solo Belgio, Danimarca, Spagna, Svezia, Slovenia, Regno Unito, Francia e Paesi Bassi siano stati in grado di realizzare gli obiettivi per le due fasce d’età, dagli zero ai tre anni e dai tre anni fino all’obbligo scolastico. Solo dieci Stati membri hanno raggiunto l’obiettivo del 33 per cento di asili nido e solo undici quello del 90 per cento di scuole materne. Però, per quanto riguarda questo secondo obiettivo, altri dati relativi al 2011, e disponibili solo per alcuni Paesi dimostrano come tre degli Stati membri che avevano in precedenza raggiunto il target (Spagna, Paesi Bassi e Irlanda), si trovano ora al di sotto della soglia del 90 per cento.

La Commissione ha sottolineato come migliori e più diffuse strutture per l’infanzia favoriscano soprattutto l’occupazione femminile. Oggi l’esecutivo di Bruxelles ha pubblicato anche un’altra relazione, in cui ha reso noti i dati relativi alla disparità fra uomini e donne per quanto riguarda i redditi da pensione. Il rapporto mostra una diretta proporzionalità fra l’aumento del divario e il numero di figli. Mentre per donne single, la differenza fra le loro pensioni e quelle degli uomini è in media del 17 per cento, per donne sposate e con figli in molti paesi la disparità è uguale o superiore al 30 per cento. Per l’Italia il divario medio fra le pensioni di uomini e donne si attesta al 31 per cento. Il Lussemburgo ha la differenza maggiore (47 per cento) seguito dalla Germania col 44 per cento. L’Estonia ha il più basso divario, con appena il 4 per cento, con la Slovacchia che si attesta al secondo posto, con l’8 per cento. La conclusione da trarre è ovvia: meno servizi avranno le famiglie per l’infanzia, più le donne saranno costrette a interrompere la loro carriera lavorativa per dedicarsi ai figli, con conseguenze negative non solo sull’occupazione femminile ma anche sui redditi che poi percepiranno una volta in pensione. Maurizio Molinari
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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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