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Come Gul ha salvato la Turchia

Turchia_proteste_antigovernativeLe cose si stavano mettendo male a Istanbul, per tutti. C’è voluto il presidente Gul per salvare Erdogan da sé stesso. E il Chp ha capito. A riprova che il bivio è un altro.

Da ilmondodiannibale.it , 2 giugno 2013*- Se Erdogan ha perso l’aureola dell’Onnipotente non è male, per lui, per gli altri, per la Turchia. Ma non era detto che le cose andassero lisce, nonostante il bilancio degli scontri sia gravissimo.

Era già l’ora di pranzo quando Erdogan ha ribadito la sua linea dura: basta proteste, polizia ineccepibile, tornare al business as usual. Una catastrofe. La linea folle della polizia aveva infatti già trasformato i 50 sparuti contestatori delle prime ore in centinaia di migliaia. Il principale partito di opposizione, il nostalgico Chp, che aveva convocato per proprio conto una grande manifestazione “nazionalista” nel versante asiatico della città, invitava i suoi ad attraversare il Bosforo e riversarsi a Taksim.

Di lì a breve è intervenuto il Presidente della Repubblica, Gul. Di ritorno dal Turkmenistan si è attaccato al telefono, chiamando interni, difesa e premier e dicendogli che la linea dello scontro andava rigettata immediatamente. Poi ha emesso un comunicato, nel quale si diceva certo che in un paese democratico chi vuole protestare ha il diritto di farlo in modo civile e chi governa ha il dovere di ascoltare i contestatori, in modo civile. Di lì a breve la polizia ha abbandonato Taksim.

L’intervento di Gul ha spinto Erdogan ad ammettere finalmente che la polizia aveva sbagliato. Meglio tardi che mai. A quel punto il leader della destra nazionalista, il Chp, ha rinunciato ad andare di persona a piazza Taksim. Il peggio così è svanito.

La cronaca dimostra che il bivio millantato da certa stampa, da una parte i laici e dall’altra gli islamisti, è usualmente fuorviante.La Turchia è un paese con due destre, quella della destra nazionalista con venature fasciste e quella della destra islamista con venature autoritarie (Erdogan) e moderne (Gul).

Due episodi recenti aiutano a capirci meglio. Incalzato dai nazionalisti che avversano l’accordo erdoganiano con i curdi e Ocalan per la loro negazione dell’esistenza stessa dei curdi, e che invece invocano una politica di baci e abbracci con Assad, Erdogan ha scoperto di dover fare i conti con i suoi fondamentalisti anche lui: nel surriscaldato Medio Oriente gli chiedevano di rifare di Santa Sofia una moschea. Il premier li ha mandati a quel paese, ma dopo il bastone gli ha offerto la carota della legge anti-alcol. Vendita limitata, divieto dopo le dieci di sera o vicino alle moschee. Anche negli Usa i divieti o le limitazioni al consumo di alcolici sono severi, ma in Turchia l’83% della popolazione non ha mai bevuto una birra, e solo l’1% della popolazione consuma alcol regolarmente. Dunque questa legge è “ideologica”.

La tendenza autoritaria di Erdogan è evidente, la dimensione autoritaria dei nazionalisti è esplicita a chiunque voglia vedere. La speranza è che Gul sappia prevalere, preservando una tendenza islamico-moderata, e trovando magari un interlocutore moderno e non vetero-kemalista nel campo avverso. Sarebbe questa la vera vittoria dei giovani di Gezi-Park.

* il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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