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L’inganno della crescita e la rivoluzione della decrescita

decrescita_feliceNel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario (G. Orwell)

30 maggio 2013 – Secondo l’istituto bolognese di ricerca Prometeia,  il livello del PIL alla fine del 2020 sarà ancora inferiore ai valori pre-crisi, di fine anni ’90, di circa il 2%. Non sarà possibile ritornare ai livelli di ricchezza del passato e la ripresa, se ci sarà, avverrà con meno occupati e con più produttività. Il che conferma quanto il Movimento per la Decrescita Felice afferma da tempo: che, nell’attuale fase storica, la crescita non continuare all’infinito e che, in ogni caso, non può creare occupazione. George Orwell, il celebre scrittore inglese autore di romanzi quali Il grande Fratello e La Fattoria degli animali, affermava che “nel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario”.  Il Movimento per la Decrescita Felice da molti anni si batte per smascherare il grande inganno del PIL e per far capire a tutti la rivoluzione della decrescita.  Oggi siamo arrivati ai limiti della crescita, il re è nudo.

Occorre dunque smontare il grande inganno e l’assurda convinzione che il PIL misuri il benessere della nazione, perchè esso non è altro che un indicatore monetario e come tale misura non il benessere ma solo il valore economico degli oggetti e servizi che vengono scambiati con denaro. Ovvero delle merci. E’ questo il grande inganno: non tutte le merci sono beni. Non tutte le merci, cioè, rispondono ad un bisogno e fanno aumentare il benessere! Ma qui sta anche la soluzione, attraverso il cambio di paradigma culturale offerto dalla decrescita felice. Con questo termine si intende la decrescita selettiva della produzione e del consumo di merci che non sono beni. Questa rappresenta l’unica possibilità di creare  lavoro nei paesi industrializzati ed è anche l’unico modo per restituire al lavoro dignità e senso, nell’ottica non di  fare sempre di più ma di fare bene per soddisfare le esigenze vitali degli esseri umani, senza consumare le risorse del pianeta in misura maggiore della loro capacità di rigenerazione.  Perchè parliamo di cambio di paradigma culturale? Perchè “la decrescita svela la follia insita nell’obiettivo di creare occupazione come un valore in sè, omettendo di dire per fare cosa. Solo una società malata, profondamente malata come quella che finalizza l’economia alla crescita del PIL può averlo pensato e può continuare a pensarlo anche di fronte all’evidenza di non riuscire più a farlo. Nel tornante storico che l’umanità sta attraversando si può creare occupazione soltanto in lavori che consentano di superarlo attenuando i problemi e ponendo riparo ai danni creati dalla crescita della produzione e del consumo di merci. Soltanto liberando il fare dalla camicia di forza del fare tanto, e restituendogli la sua connotazione qualitativa di fare bene, si potrà dare lavoro e una speranza per il futuro a quanti ne sono privi” (tratto dal libro Meno e Meglio, 2012 ).

Prima queste tesi venivano ignorate, poi sono state derise, oggi le nostre argomentazioni sono combattute e avversate da fior fiore di economisti, ma questo è un buon segno perchè, come diceva Gandhi, poi, alla fine, le tue idee vincono. Oggi, per lo meno, si stanno affermando presso un numero crescente di persone che hanno compreso che la felicità, il benessere e la qualità della vita non hanno alcuna relazione diretta con la ricchezza materiale. Come dimostrano le sale conferenze sempre affollate agli incontri sulla decrescita e il fiorire di iniziative spontanee e di gruppi locali di cittadini che sempre più si aggregano e danno vita ad una nuova economia della decrescita basata sull’autoproduzione, sul dono, sulla reciprocità, sugli scambi non mercantili. Speriamo solo che questo non avvenga troppo tardi. Perchè dalla crisi di oggi si potrà uscire solo se sapremo smascherare il grande inganno e se sapremo creare una società e un sistema di vita e di valori fondato sui rapporti fra persone, sul consumo responsabile, sul rifiuto del superfluo, sulla scelta del meno quando esso coincide con il meglio.

Maurizio Pallante e Luca Salvi (Mdf Verona)

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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