Papa Francesco in processione eucaristica per le vie di Roma

papa francesco 2di Piero Schiavazzi, 30 maggio 2013 – “Voi stessi date loro mangiare”. Nella solennità del “pane eucaristico”, Francesco ha invitato i pastori a non cedere alla tentazione di “congedare la folla, perché vada a trovare cibo e alloggio”, ma a mostrarsi solidali e a condividere con essa i “pani” di cui dispongono. “Nella Chiesa, ma anche nella società, una parola chiave di cui non dobbiamo avere paura è solidarietà”, ha ammonito, “saper mettere, cioè, a disposizione di Dio quello che abbiamo”.

Dall’affidamento al moltiplicatore della finanza, che induce a depositare i beni in banca, fosse anche quella del Vaticano, alla fede nel moltiplicatore di Dio, che spinge a distribuirli a chi ha bisogno: le parole del Pontefice attraversano la città dal Laterano all’Esquilino, incuranti del maltempo e dei malumori.

“Ekklesia significa convocazione”, aveva detto alla vigilia, “convocando” i romani per la messa in piazza San Giovanni e la processione del Corpus Domini. “Gesù sta in mezzo alla gente”, ha ribadito nell’omelia, “e la gente lo segue, lo ascolta, perché parla e agisce con l’autorità di chi è autentico e coerente”.

Parole che oggi si attualizzano nella fascinazione tra l’Urbe e il Vescovo giunto dai confini del mondo: a quasi tre mesi dall’elezione il feeling non accenna infatti a diminuire e Francesco appare l’unico “grillino” che a Roma e in Italia non perde consensi, a giudicare dall’affluenza agli Angelus domenicali e alle udienze del mercoledì.

Via Merulana è diventata così la nuova via di Emmaus, mentre si spegnevano le vetrine e accendevano i lampioni: l’Urbe accompagna il passo del Papa e continua piacevolmente a sorprendersi, alla stregua dei viandanti del Vangelo che pronunciarono il celebre “resta con noi”.

E come sulla strada che conduce a Santa Maria Maggiore, finora il cammino del Pontefice ha incontrato solo semafori verdi.
Alcuni tuttavia presto appariranno rossi, davanti alle aspettative che il suo avvento ha suscitato in tema di trasparenza e di accoglienza: dalla ristrutturazione dello Ior alla riforma della curia, dalla comunione ai divorziati al ruolo delle donne.

Su questa strada, i cambiamenti e le inversioni di marcia incorreranno probabilmente in qualche incidente di percorso. Ma le parole del Papa lasciano presagire, a riguardo, che Bergoglio ne è consapevole e non teme le sperimentazioni coraggiose.
“Che cosa succede se uno esce da se stesso? Quello che può capitare a tutti quelli che escono di casa e vanno per la strada: un incidente. Ma io vi dico: preferisco mille volte una Chiesa incidentata, incorsa in un incidente, che una Chiesa ammalata per chiusura! Uscite fuori, uscite!”

La processione eucaristica costituisce in tale prospettiva una evasione dal recinto del Vaticano, ma non dai problemi della gente: “Gesù sceglie i Dodici Apostoli in mezzo alla gente per stare con Lui e immergersi come Lui nelle situazioni concrete del mondo”, ha detto ancora. Il sacramento definisce dunque il filtro mediante il quale Francesco legge e interpreta la realtà, senza rinunciare alla concretezza dell’approccio, ma unendolo a metafore di ardita suggestione, nell’intento di coniugare liturgia e vita.
Se il lavoro ad esempio assurge a “unzione”, attraverso cui l’uomo adempie un mandato divino, la criminalità viene al contrario demonizzata come possessione diabolica, non solo da combattere bensì da esorcizzare.

Il cammino dell’ostia consacrata, nella percezione del Papa, deve offrire l’immagine di una Chiesa che uscendo da sé non si trasforma in ong, spogliandosi delle sue vesti sacrali, ma le estende fino a lambire le periferie urbanistiche o sociologiche dell’esistenza. L’eucaristia diventa in tal modo il più sociale dei sacramenti, che ritrova se stesso “con l’andare verso la carne di Cristo”, nella “categoria teologale della povertà”.

Nell’itinerario dal Laterano all’Esquilino, approssimandosi alla stazione ferroviaria, il pontefice ha sfiorato i molti “tabernacoli” di fortuna dove è possibile toccare con mano tale carne, negli angoli di strada che accolgono i barboni, riparandoli da una primavera ancora invernale. Ma soprattutto, a quarantotto ore dalla festa del Corpus Domini, Roma gli ha mostrato i suoi corpi straziati e il suo volto sudamericano, con tre omicidi in un giorno, che la riportano indietro agli anni della Magliana, in una competizione a colpi di pistola tra realtà e fiction.

Al pari dei suoi predecessori, che opposero l’eucaristia come scudo ai barbari e alle epidemie, Francesco ha ripercorso oltre alle strade anche la storia della città, nell’ora in cui le luci cedono il posto alle ombre.
Davanti alla Madonna che fu “salvezza” del popolo e ne reca il nome, il Vescovo ha portato la preghiera della metropoli, che alla Salus Populi Romani chiede di essere unta con la benedizione del lavoro e liberata dalla maledizione della violenza.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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