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Il potere del Grillo

di Massimo Malerba, 5 marzo 2013*

beppe-grilloNel momento in cui entra in Parlamento, per me, il Movimento 5 Stelle diventa un partito come gli altri, un soggetto parlamentare che esercita legittimamente un potere.E’, insomma, un potere forte o forse, come direbbe qualcuno, un potere liquido che si costituisce attraverso articolazioni innovative, caotiche e moltitudinarie.

Le sentinelle di questo potere sono gli influencer, i portatori di senso che agiscono nel web, diffondendo la dottrina virale, per orientare l’asse dell’opinione pubblica più avanzata, quella connessa, quella che fa opinione. Non mi riferisco ai normali cittadini che credono di aver fatto la rivoluzione ma a coloro che operano su input diretto o indiretto del potere. Ai guardiani della Rivoluzione.

I dati dell’Istituto Cattaneo parlano chiaro: ciò che ha decretato la vittoria del 5 Stelle è la fascia anagrafica 18-25 anni. In massa, i giovani, hanno votato per Grillo con qualche ragione. E’ la generazione digitale. Per questo il territorio di conquista è quello della rete. Oggi non vinci o non sei determinante se non ti collochi in posizioni egemoniche nella rete. Un vantaggio che Grillo ha abilmente coniugato ad una epica campagna di piazza, lo “Tsunami Tour”, il mainstream elettorale.

In quanto potere anche il Movimento 5 Stelle va monitorato, giudicato, criticato. Non è solo un diritto ma un dovere di ciascun cittadino vigilare sull’esercizio di questo e degli altri poteri. E chiunque abbia a cuore il tema della partecipazione democratica dovrebbe incoraggiare questa prassi. Chi invece reagisce alle critiche con il ritornello del presunto complotto contro il 5 Stelle da parte di chi lo teme (“hai paura eh?”), compie un atto di conformismo culturale, o peggio di servilismo politico, che ricorda tanto il berlusconismo.

E’ bene che gli attivisti veri del Movimento (non mi riferisco agli influencer) dismettano l’assetto “a testuggine” e ne assumano uno più consono ad un soggetto parlamentare: quello dell’ascolto. Perché da ora in poi le risposte che non danno ai giornalisti cominceranno a doverle dare ai cittadini. Esattamente come tutti gli altri.

* da Articolo 21, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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