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Sondaggi elettorali tutti ribaltati.Fattori imponderabili o troppi errori?

logo di giornalismo e democraziadi Francesco De Vito – Mai come nelle recenti elezioni politiche i sondaggi elettorali si sono rivelati una scienza dell’improbabile. Nell’ultimo giorno in cui i maggiori quotidiani hanno potuto pubblicarli, l’8 di febbraio, variavano da un 4 per cento fino a un 7,5 per cento a favore del centrosinistra sul centro destra. Anche nelle due settimane  di silenzio-stampa i sondaggi clandestini camuffati da corse di cavalli o da conclave di cardinali continuavano ad assegnare un largo vantaggio alla coalizione di Pierluigi Bersani. Persino il sondaggio riservato consegnato al Pd il giorno prima del voto prevedeva che mai e poi mai il centrosinistra avrebbe accorciato il vantaggio sul centrodestra sotto i tre punti. Per non parlare degli istant pool che all’apertura delle urne davano la coalizione di Bersani molti punti sopra quella di Silvio Berlusconi.

Finché non si sono contate le schede vere. Lì la distanza si è ridotta a un punto al Senato e a uno striminzito 0,4 per cento alla Camera. Nell’assegnazione dei seggi del Senato regioni come la Campania, la Puglia e la Calabria, ritenute dai sondaggi sicure per il centrosinistra, si coloravano d’azzurro. Insomma, tutte le previsioni venivano ribaltate.

Hanno un bel dire, ora, i sondaggisti, che tutto ciò è dipeso dall’imponderabile. Deriverebbe da taluni fattori. In primo luogo il passaggio da un sistema bipolare a un sistema quadripolare, con quattro attori (Bersani, Berlusconi, Mario Monti e Beppe Grillo) in luogo di due. Ma questo si sapeva e bisognava tenerne conto. In secondo luogo la tendenza di qualche intervistato a mentire sul proprio voto, e questo è sempre successo. In terzo luogo, i telefonini, che sono lo strumento usato dai giovani, mentre i sondaggisti intervistano sul telefono fisso.

Nessuno affronta il problema vero, ossia che il sondaggio, da strumento di verifica degli orientamenti dell’opinione pubblica, è diventato strumento di propaganda, da usare in maniera ossessiva e a costi ridotti. In proposito ci permettiamo di avanzare  qualche modesta proposta. Come i sondaggisti sanno meglio di noi, l’attendibilità di un sondaggio dipende innanzitutto dalla dimensione della platea degli intervistati. Se è di 1.000 persone, il margine di errore è 3,1, e in una elezione significa la vittoria o la sconfitta. Con una platea di 10.000 persone si riduce all’1, e con una  di 40.000 quest’ultimo valore si dimezza. Certo, se la platea aumenta, aumentano anche i costi. Ma si potrebbero fare meno sondaggi, che risulterebbero più attendibili. Sarebbe bene che chi fa i sondaggi e chi li pubblica specifichi qual è il margine di errore, in modo che il lettore ne sia avvertito. Sarebbe anche utile che nella definizione del campione si tenesse conto della proporzione di chi usa il telefono fisso e di chi usa solo il cellulare. E se la gara si trasforma da bipolare in quadripolare, anche in questo caso si potrebbero adottare dei correttivi. Certo non si arriverebbe a una coincidenza tra il sondaggio e il risultato delle urne. Ma ci si avvicinerebbe di molto.

 

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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