Gloria Origgi: Elezioni 2013, la kakonomia degli elettori italiani

Origgi Gloriadi  | 27 febbraio 2013* –  Manteniamo la calma e vediamo se esiste qualche teoria della motivazione umana che possa aiutarci a spiegare un risultato apparentemente irrazionale come quello che ci hanno consegnato le urne lunedì sera. Ciò che giudico irrazionale non è la montata protestataria del grillismo, che è un movimento nuovo e per il momento – sembra – benintenzionato. Ciò che sembra veramente irrazionale è quel 30% di italiani che hanno rivotato Berlusconi e un partito che ha messo in lista pregiudicati, condannati, incapaci travolti in tutti i tipi di scandali, un partito di governo che ha provocato l’ascesa di Monti, ha appoggiato il governo tecnico, ha votato nuove tasse per poi presentarsi alle elezioni dicendo il contrario, e assumendo il ruolo di nuovo salvatore della patria.

Quale teoria politica o sociale può spiegare la credenza del 30% di italiani che qualche forma di salvezza potesse venire da poteri simili? Secondo la teoria politica, si vota per molte ragioni: per difendere i propri interessi, per difendere gli interessi collettivi, per esprimere dei valori, per esprimere un’identità, e poi sappiamo che tutto questo è molto complicato perché il risultato collettivo non è solo la somma delle scelte individuali, ma qualcosa di più che dipende da com’è stata concepita la procedura di voto. Dunque, gli effetti apparentemente irrazionali di quest’assurdo risultato potrebbero essere imputati, com’è già stato fatto, a quest’ultima causa, ossia l’assurda legge elettorale italiana. Oppure alla generale irrazionalità della psicologia umana, le reazioni emotive del popolo bue che si lascia trascinare dalla televisione e dalle tirate sulle piazze, che si lascia ammaliare dall’aura del potere, dei soldi e si fa sedurre dal populismo di chi gli dice che gli renderà di tasca sua le tasse versate, una dichiarazione cui non potrebbe dare credito nemmeno un bambino di tre anni.

Eppure, io la vedo diversamente. Io penso che il 30% degli italiani che hanno votato Berlusconi siano perfettamente razionali e hanno in effetti agito per difendere i propri interessi. Solo che non si tratta della razionalità classica dell’homo oeconomicus, una teoria della motivazione umana che ormai fa acqua da tutte le parti. Si tratta di un’altra razionalità, quella dell’homo kakonomicus. La kakonomia (diciamo, la scienza del peggio, o almeno della mediocrità o della cattiva economia, dal greco kakos: cattivo) è una teoria della motivazione umana che cerca di spiegare perché a volte è razionale preferire il peggio al meglio.

Facciamo un esempio. Tu mi fai una promessa che sai di non poter mantenere. Io faccio finta di crederti sapendo in fondo che non manterrai la tua promessa, ma che proprio per questo non chiederai neppure a me di mantenere i patti. Diciamo che ci troviamo alle dieci in piazza. Io so che tu sei sempre in ritardo, e fa comodo anche a me uscire un po’ più tardi e ci troviamo alle dieci e un quarto senza che nessuno si lamenti di questa mancanza di puntualità. Oppure, sono tre mesi che l’idraulico deve ripassare a casa per finire la riparazione e non si fa mai trovare, però io non l’ho ancora pagato, quindi meglio così, e nessuno dei due si lamenta.

Questi scambi al ribasso, per cui io non faccio quel che ho detto di fare a patto che tu non faccia quel che hai detto che farai, sono forme di mutua connivenza molto robuste, che creano vere e proprie alleanze e strane forme di cooperazione a lungo termine. Io non pago le tasse a patto che tu governi da schifo, così andiamo avanti insieme siamo complici nel mantenere uno status quo che fa comodo a tutti e due (io pago poco e tu non fai niente e ti godi le ragazze a Palazzo Grazioli). Con il sociologo Diego Gambetta, avevamo studiato il fenomeno della kakonomia nell’accademia italiana, ma ovviamente la politica è un esempio ancora più succulento (e non solo in Italia). Accordi al ribasso sono il pane quotidiano della politica e tutto va bene fino a quando non ci si rende conto che si è invischiati in una serie di impegni presi tacitamente sulla base di promesse che non si possono ammettere esplicitamente, impegni che danno un vantaggio immediato ai due “compari” che scambiano al ribasso, ma che pian piano erodono un bene collettivo del quale stanno approfittando (l’efficienza, la qualità, la puntualità, il merito).

Per esempio, se io leggo trasversalmente in cinque minuti la tesi del mio studente, lui può lavorare poco, e siamo tutti e due contenti: avrà lo stesso il titolo di dottore con 110 e lode e bacio accademico, anzi, più mi ha lasciata in pace, più si è meritato le lodi. Ma quel titolo alla lunga, a giocare al ribasso così, non varrà più niente. Allora l’homo kakonomicus che si gode i suoi scambi con i compari, dopo un po’ comincia ad essere agitato, sulla difensiva, vive come l’Innominato nel terrore della resa dei conti, di un Convitato di Pietra di mozartiana memoria che gli venga a ricordare che la festa è finita. Ha soprattutto il terrore di quelli che non sono come lui, e si rifugia quindi in un branco di kakonomi sicuri, che sa per esperienza che tollereranno le sue pecche. La kakonomia spiega perché l’Italia è un paese dove si vive bene perché tutti tollerano il peggio degli altri, e insieme si ha un’ansia terribile di essere “beccati” e puniti. Votando Berlusconi, l’homo kakonomicus ha difeso i suoi interessi di poter continuare a giocare al ribasso. Ma non si è accorto che il Convitato di Pietra era già arrivato a cena.

* Milanese, vive e lavora a a Parigi. Si occupa di filosofia all’Institut Nicod dell’Ecole Normale Supérieure. Insegna all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales. Tra i suoi ultimi libri: Qu’est-ce que la confiance? VRIN, Parigi, 2008. Ha un blog trilingue (inglese/francese/italiano) dove pubblica la maggior parte dei suoi lavori: gloriaoriggi.blogspot.com. In Italia collabora con vari quotidiani e riviste e ha pubblicato un libro di narrativa: La Figlia della Gallina Nera, Nottetempo, 2008.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
Vai alla barra degli strumenti