Berlusconi e il fascismo: ma che male hanno fatto gli italiani per avere un politico come questo?

SE QUESTO di Valter Vecellio, 27 gennaio 2013 – “…E’ difficile adesso mettersi nei panni di chi decise allora. Certamente il governo di allora per il timore che la potenza tedesca si concretizzasse in una vittoria generale, preferì essere alleato alla Germania di Hitler piuttosto che contrapporvisi. E dentro questa alleanza ci fu l’imposizione della lotta, dello sterminio contro gli ebrei. Quindi il fatto delle leggi razziali è la peggiore colpa del leader, di Mussolini che per tanti altri versi aveva fatto bene…” (Silvio Berlusconi, 27 gennaio 2013)

Sconcerta, e inquieta, la “lettura” di Silvio Berlusconi di quel che è stato e fu il regime fascista.
Sconcerta per il giorno e il luogo scelto per dire questa sua scempiaggine, alla stazione di Milano, il giorno dedicato alla “Memoria”.
Sconcerta, e inquieta, perché rivela una “cultura” formatasi evidentemente sulle pagine dei “Diari” farlocchi che deve avergli procurato Marcello Dell’Utri, la stessa “cultura” che gli fece dire che sarebbe andato a recar visita e stringer la mano a “papà Cervi”, ignorando che era morto da tempo.
Sconcerta, e inquieta, perché Berlusconi, nella spasmodica ricerca di consenso, ha adottato una strategia secondo la quale ogni giorno deve andare in “prima pagina” per una corbelleria ogni volta più grande della precedente. Il suo linguaggio, le sue promesse, il suo programma è sempre più preso dai dieci punti di Cetto Laqualunque.
Sconcerta, e inquieta, perché il suo volgare e meschino ammiccamento alle formazioni di estrema destra viene un paio di giorni dopo quello che è emerso dall’inchiesta napoletana sul mondo “sommerso” dell’estrema destra: una ragazza colpevole di essere ebrea che doveva essere punita stuprandola; un orafo, colpevole di portare la kippà a cui si doveva incendiare il negozio…
E viene da chiedersi, senza ironia, e molto seriamente: ma che male ha fatto questo paese, che cosa devono scontare mai gli italiani, per avere un politico come Silvio Berlusconi e chi, in queste ore, lo difende?
Confutare tesi criminalmente stupide e odiosamente ripugnanti come quelle di Berlusconi, significa di fatto in qualche modo legittimarle. Allora, come predicava Marshall McLuhan per il terrorismo, “staccare la spina”? Il silenzio, forse, è la cosa che meglio si addice a Berlusconi e alle sue oltraggiose stupidaggini. Ma al tempo stesso occorre garantire che non si smarrisca la memoria, è necessario tenere vivo il ricordo e la verità di quello che fu, in una parola contrastare la menzogna. Senza stancarsi di farlo, e senza timore di apparire rituali e retorici.

*da Articolo 21, il grassetto è di nandocan.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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