Mali, i rischi e le conseguenze sulla crisi umanitaria non fermano l’intervento armato nel Sahel

di Antonella Napoli, 22 gennaio 2013*

Mali-rebelsL’escalation di violenza in Mali e l’intervento francese, supportato da Nazioni Unite e Unione Europea, ha riportato d’attualità temi troppo spesso trascurati, come le crisi dimenticate e le violazioni dei diritti umani. Si è animato un dibattito sull’opportunità o meno dell’operazione militare voluta fortemente dall’Eliseo, spesso con interventi senza cognizione di causa, nell’assoluta ignoranza della storia e della situazione di una regione complessa come quella del Sahel.Ma cosa si intende quando si parla di Sahel? Qualche cenno geopolitico è d’obbligo. Vasta area semi arida che confina con l’estremità occidentale del Sahara e che tocca gli stati del Niger, della Mauritania, del Mali, del Ciad, del Sud del Senegal e del Burkina Faso, è ad alto rischio di desertificazione.
Gli abitanti del Sahel si trovano quotidianamente a lottare con fame e sete, oltre che con l’avanzata del deserto che ne minaccia la sopravvivenza.
Negli ultimi anni si è tentato di frenare il fenomeno con la creazione di una zona verde, ma si tratta di un’operazione molto dispendiosa che richiede una moltitudine di capitali che momentaneamente non sono disponibili.
Per quanto concerne l’aspetto politico, da quando a seguito del colpo di stato dello scorso marzo si è diffuso il disordine in tutto il Mali, la situazione è precipitata.
Nel giro di due settimane i ribelli tuareg hanno assunto il controllo di vaste aree del nord, tra cui la città di Timbuktu. L’insicurezza dello stato africano ha attirato l’attenzione delle grandi potenze occidentali, soprattutto a fronte della presenza di al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM).
Il gruppo, inserito nella lista delle organizzazioni dedite al terrorismo, ha una presenza significativa nel Sahel, in particolare in Mali, dove ha gettato le basi per la creazione di una roccaforte inespugnabile.
Nelle ultime settimane l’instabilità della regione si è ulteriormente aggravata e nel paese si sono rifugiati altri gruppi ribelli che ne hanno fatto la propria base operativa.
Da ciò l’esigenza manifestata dal presidente francese Hollande di un intervento armato per riprenderne il controllo e fermare il proliferare delle attività terroristiche.
Sull’altro piano, quello puramente umanitario, funzionari di organizzazioni non governative e di agenzie Onu, hanno manifestato grande preoccupazione per le conseguenze che un’operazione militare potrebbe avere sulla crisi alimentare e nutrizionale che da quasi un anno vessa le popolazioni locali.
Vale la pena di riportare le parole di Mamadou Biteye, direttore di Oxfam Africa West: “Ogni intensificazione del conflitto potrebbe rendere ancora più difficile alle comunità l’accesso all’aiuto di cui hanno bisogno, Il rischio che le operazioni militari nel nord del Mali diano un colpo definitivo alla già fragile situazione umanitaria è una certezza”.
Certo, nelle strategie geopolitiche non c’è spazio per riflessioni di questo genere. Ma esiste una coscienza collettiva alla quale si può, si deve parlare…
E’ dalla fine del 2012 che operatori e cooperanti impegnati sul campo hanno messo in guardia sulla penuria alimentare nel Sahel, causata in gran parte da piogge irregolari e siccità.
Più di 18 milioni di persone soffrono la fame, tra cui più di 1 milione di bambini. Mali, Mauritania e Ciad i paesi più colpiti.
Concludendo, seppure appaia ragionevole la preoccupazione che l’Africa Sahariana, già fortemente destabilizzata dalla guerra in Libia, diventi rifugio stabile per al Qaeda, la comunità internazionale non può affidare ancora una volta alle armi la gestione di una crisi che rischia di trasformarsi in un nuovo pantano afgano.
E ci sono dati evidenti che confermano questa possibilità.
Da mesi nella regione l’afflusso di armi, per lo più utilizzate nei combattenti in Libia, è continuo e in crescendo. Analisti ed esperti nella lotta al terrorismo hanno evidenziato come gruppi affiliati ad Al Qaeda, arricchiti da riscatti pagati per ostaggi occidentali, abbiano enormemente accresciuto la propria forza e grazie all’illegalità dilagante stia orientando la propria influenza verso sud. In particolare verso la Nigeria, la nazione più popolosa dell’Africa.
Complice di ciò, anche la spaccatura tra i vicini del Maghreb arabo, Algeria e Marocco. Entrambi i paesi potrebbero garantire intelligence e forze militari in grado di controllare il proliferare delle realtà criminali. Ma la cronica rivalità che li contrappone ha creato uno stallo che impedisce di mettere in campo la cooperazione per la sicurezza comune in tutta la regione sahariana, che potrebbe davvero fare la differenza.
Insomma, i presupposti affinché la cura risulti più deleteria della malattia ci sono tutti.* da Articolo 21, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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