Quotidiani, 3 lettori su 4 in Usa hanno più di 45 anni

LSDI  | 20 gennaio 2013

Vecchio lettore

Un nuovo allarme sul progressivo invecchiamento del pubblico della stampa: dal 2010 al 2012 gli ultra 45enni sono passati dal 51 al 74%.

Una riflessione di Alan D. Mutter su Reflections of a Newsosaur

 

La popolazione dei lettori dei quotidiani negli Stati Uniti è fortemente invecchiata negli ultimi tre anni tanto che ora i tre quarti del pubblico ha un’ età superiore ai 44 anni.

Lo segnala Alan D. Mutter, nel suo  Reflections of a Newsosaur, sulla base di una serie di dati provenienti da varie fonti.

Usando lo stesso tipo di dati e la stessa metodologia,  nel 2010 Mutter aveva calcolato che allora solo un lettore su 2 era in quella fascia di età.

Questo rapido e progressivo ingrigirsi dei lettori ha delle grosse e spiacevoli implicazioni per gli editori, osserva Mutter.

 I dati:

Come mostra la tabella qui sotto, il Pew Research Center, in una  Ricerca dello scorso autunno, segnalava come i lettori di quotidiani fossero concentrati nelle fasce d’ età più elevate. Mentre solo il 6% di quanti avevano letto un quotidiano il giorno prima era nella fascia 18-24 anni, la percentuale saliva al 48% fra chi aveva 65 anni e più.

Mutter1

 

Mutter ha usato i dati del Pew e quelli anagrafici globali per confrontare in ciascuna fascia d’ età la percentuale di lettori di quotidiani (in blu) con quella dell’ intero segmento di popolazione con quella età (in arancione).

 

Come si vede il 74% dei lettori di quotidiano hanno 45 anni e oltre, rispetto al 39% della consistenza di quella fascia d’ età nella popolazione globale. Mentre sull’ altro versante al 6% dei lettori fra i 18 e i 24 anni corrisponde il 10% della popolazione globale.

Mutter2

 

Il confronto con  dati raccolti nel 2010, quando erano il 51% i lettori di giornali di 45 anni e oltre – spiega dunque Mutter – dimostra che mentre tre anni fa questo costituiva un problema, ora,  per l’ industria dei quotidiani, si tratta di una vera e propria grave crisi.

 

 

 Le conseguenze:

 

– La ‘’maturità’’ del pubblico è poco attraente per la maggior parte degli inserzionisti, che in genere puntano sulle fasce di perone, in età più giovanile, che stanno per mettere su casa e fare figli. L’ invecchiamento dell’ audience può ridurre ulteriormente il potenziale di vendita per un settore che ha già perso più della metà del suo pubblicità dopo aver raggiunto un massimo storico di 49,4 miliardi dollari nel 2005.

– In assenza di un improvviso afflusso di lettori venti-trentenni, la forte dipendenza dei giornali dai lettori già invecchiati o in via di invecchiamento comporta che quel pubblico ad un certo punto si estinguerà. La Social Security Administration spiega  che una donna ultra65enne ha un’ aspettativa di altri 20 anni di vita, e  i dati sopra riportati dimostrano chiaramente che l’ industria della carta stampata non riesce a sostituire i vecchi lettori con individui più giovani. Ad un certo punto, il pubblico si contrarrà così tanto che: 1) gli editori non potranno più attirare inserzionisti in maniera sufficiente e 2) gli editori non potranno più far leva sulle economie di scala necessarie per un’ attività redditizia oppure 3) entrambe le cose.

– Un’ audience debole nei segmenti più giovani della popolazione suggerisce come sia la forma che il contenuto del prodotto-stampa non siano particolarmente attraenti per le generazioni cresciute nell’ era digitale. Anche se sembra difficile sperare di attrarre un numero significativo di lettori sotto i 45 anni, gli editori devono comunque cercare di estendere e proteggere le loro testate, sviluppando prodotti fatti specificamente per il digitale e destinati in particolare ai nativi digitali.

 Il tempo per spostare il fulcro della propria attività dalla carta al pixel – rileva Mutter – si sta esaurendo. E intanto – conclude – nessuno di noi è destinato a ringiovanire.

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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