Il lascito di Rita Levi Montalcini

Levi Montalcini Rita 2Beatrice Rangoni Machiavelli, a cui sono grato per gli articoli sempre molto seguiti pubblicati su questo sito, mi ha inviato questo suo personale ricordo della grande scienziata recentemente scomparsa (nandocan).

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Gennaio 2013 – Ho passato molti anni a Bruxelles impegnata nelle Istituzioni comunitarie. Quando sono stata eletta a incarichi di responsabilità nell’ECOSOC Europeo (CESE) ero spesso invitata ad intervenire alle riunioni delle Associazioni di categoria e di quelle dei vari organismi presenti a Bruxelles.

Agli inizi degli anni ‘80, il Presidente della Federazione delle Industrie europee mi aveva chiesto di parlare della situazione dell’UE, dal punto di vista del CESE, ai suoi associati provenienti dai vari Stati Membri.

Terminata la conferenza ci siamo messi a tavola per continuare la conversazione e rispondere ad eventuali domande. Ero seduta vicino al Presidente Nobel, era svedese e pronipote del Fondatore dell’omonimo Premio. Ho sempre prediletto e studiato la matematica; avevo letto un libro sulla storia del Nobel e avevo notato che i premiati erano in maggioranza ebrei e di lingua tedesca, ma non c’era nemmeno un matematico fra loro. Ne chiesi il perché al Presidente, mi rispose sorridendo che nella sua famiglia si diceva che a causa di una grande simpatia della sua bisnonna per una specie di Einstein svedese i matematici erano stati banditi.

La madre di Giovanni Malagodi era sorella del padre di Rita Levi Montalcini, una famiglia che apparteneva all’aristocrazia ebraica di Torino. Chiesi a Malagodi quale spiegazione poteva esserci sulla percentuale così alta di ebrei fra i Premi Nobel. Mi rispose che probabilmente era dovuto al fatto che in un’epoca molto remota gli ebrei erano gli unici che dalla loro religione erano obbligati a saper leggere e scrivere, e trascorrere almeno due ore al giorno nella lettura del Talmud e a riflettere sulle possibili interpretazioni di ogni frase.

 Vedevo spesso Rita Levi Montalcini, conosceva la mia attività nel campo dell’associazionismo femminile, e aveva voluto coinvolgermi in un suo progetto per aiutare le donne in Africa. Per merito suo furono istituite numerose associazioni in quel territorio con il compito di insegnare a leggere e a scrivere, affidato ad una di loro che era stata istruita in Italia.

Nel 1986, con 30 anni di ritardo rispetto alla sua scoperta, Rita Levi Montalcini è stata insignita del Premio Nobel. Ho avuto il privilegio di ascoltare una sua conferenza nella quale spiegava, anche ai profani, le implicazioni della scoperta per cui le era stato conferito il Premio. Si trattava di una “proteina segnale” importante nello sviluppo del sistema nervoso in quanto indirizza e regola la crescita degli assoni conduttori di impulsi in direzione centrifuga rispetto al corpo cellulare. Così è stata aperta una pista per la cura dell’Alzheimer, della SLA, dei tumori,  e altre malattie neurologiche.

La scoperta di Rita L. M. è un esempio straordinario di come un osservatore acuto e particolarmente dotato, possa individuare ipotesi valide da sviluppare in un caos fino ad allora indecifrabile. Aveva compreso che in ogni cellula neuronale esisteva un potenziale di crescita e trasformazione (il “nerve growing factor”). Stimolati dallo  studio e dall’apprendimento, i neuroni creavano fra loro dei microcircuiti di collegamento che potenziavano al massimo le capacità del cervello. Questo spiega anche come sia possibile che persone di età avanzata ma con la mente ancora lucida – come Leonardo da Vinci, o Beethoven – abbiano continuato a creare capolavori fino alla fine dei loro giorni.

L’affascinante esposizione di Rita Levi Montalcini mi aveva fatto pensare che la sua scoperta potesse spiegare la tanto alta percentuale di ebrei nell’ambito dei vincitori del Premio Nobel. Poco tempo dopo ho avuto il piacere di passare una serata con lei, in casa di comuni amici, così le ho potuto parlarle dell’interrogativo che mi ero posta.  Mi rispose con il suo indimenticabile sorriso: “Non posso negare che ci sia del vero in quello che tu dici. Ma bisogna anche aggiungere il grande desiderio di rivalsa di un popolo perseguitato, torturato, vittima di genocidio. Oggi siamo appagati e presenti a tutti i livelli della società occidentale. Non abbiamo più la forza e l’impegno che ci venivano da quel desiderio. I prossimi Nobel li avranno i nostri cugini dell’Islam”.

Ho subito pensato al Premio Nobel per la Fisica, il pakistano Abdus Salam che aveva portato la facoltà di Fisica di Trieste ad un tale livello da costituire un punto di riferimento internazionale.

La personalità, la generosità, l’intelligenza del cuore e del cervello di Rita Levi Montalcini rappresentano un lascito che onora la Scienza ed evidenzia il valore delle donne. Sosteneva infatti: “Se istruisci un bambino avrai un uomo istruito. Se istruisci una bambina, avrai una donna, una famiglia e una società istruita”.

 

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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