Berlusconi,Grillo e la democrazia di mercato

BerlugrilloRoma, 14 dicembre 2012 – Le giravolte di Berlusconi, ma perché sorprendersi? Col dire tutto e il contrario di tutto come ha fatto con tranquilla faccia tosta  alla rituale presentazione del  libro di Vespa, l’ex premier ha riempito ieri le prime pagine dei giornali. Che qualcuno lo prenda ancora sul serio, questo sì che dovrebbe stupirci. Quanto a lui, continuerà a prendere sul serio se stesso finché sarà circondato di specchi che riflettono la sua immagine, come sono in fondo i media che gli appartengono e non solo quelli. Continuerà, finché si troverà contornato da servi che gli daranno ragione, qualunque cosa dica o faccia.

Chi vuol far parte di una Corte deve lasciare il suo spirito critico fuori dalla porta, rinunciare anche alla propria coerenza in cambio della paga o della poltrona. Quando paga o poltrona saranno a rischio, soltanto allora  tradirà. Berlusconi  lo sa. Per questo a preoccuparlo non è mai la coerenza, ma appunto la capacità di distribuire paghe e poltrone. La sola coerenza che gli preme è quella con i propri interessi

Dispiace ora dirlo ma, in questo almeno, Beppe Grillo sta dimostrando di non essere molto diverso da lui. Non compra il consenso come il cavaliere, ma invoca uno stato di necessità: siamo in guerra, dice in sostanza, è il momento di credere, obbedire, combattere. Dunque “chi pensa che nel movimento 5 stelle non c’è democrazia, fuori dalle palle e dal movimento!”.

Mutatis mutandis, anche il fascismo, come ogni populismo, si reggeva su queste due forme di alienazione: l’attitudine diffusa a vendersi per un profitto o la dedizione acritica ad una causa. Nei partiti “padronali” di oggi, il cosiddetto carisma mediatico  riproduce subdolamente l’autoritarismo di ieri.

Anche il pensiero unico sulla finanza può riprodurre una forma di autoritarismo. Imporre e subire la dittatura dei cosiddetti mercati come un destino ineluttabile; limitare, di diritto o di fatto, il potere di regolazione da parte dei governi, come sta succedendo sempre più in un’Europa affidata alle cure dei burocrati e dei banchieri, non è compatibile con una vera democrazia.

Alla base di ogni vera democrazia non c’è lo scambio, non c’è l’obbedienza servile, non c’è neppure la logica di mercato. Ci sono invece la dignità delle persone e la partecipazione responsabile  dei cittadini. Ecco perché alcuni di noi si battono da tanti anni, contro lo scetticismo degli apparati, per  le primarie. Oggi finalmente con qualche successo, almeno nel centrosinistra. Se si dimostreranno  libere e determinanti , accompagnate( perché no?) dalla consultazione popolare sulle decisioni politiche fondamentali, saranno  il più significativo passo in avanti della democrazia italiana negli ultimi 50 anni.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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