Veltroni,la briscola e il collettivo

Veltroni walterRoma, 15 ottobre 2012 – Tutto questo chiasso attorno alla decisione di Veltroni di non ricandidarsi in Parlamento ha davvero un senso? Sì che ce l’ha ed è lo stesso per cui la parola “rottamazione” lanciata da Matteo Renzi  continua ad avere tanta fortuna nei “media”. E’ il segno evidente che, nonostante il danno procurato in questi anni, il personalismo in politica non intende affatto mollare la presa. Il segno che, se non vi porremo rimedio, la logica del “marketing” individuale guiderà ancora per un pezzo il funzionamento della cosa pubblica, in Italia come in tutto il mondo occidentale.

Perfino Pierluigi Bersani, nel momento in cui giustamente affermava, riferendosi  con personalissima arguzia al sindaco fiorentino, “siam mica qui a far in due una briscola”, contraddiceva in parte la sua proclamata fede nel “collettivo” affidando a una pagina autobiografica l’avvio della sua campagna per le primarie. Ma tant’è, i simboli hanno sempre avuto un ruolo importante nel rapporto con le masse e in una moderna “società degli individui” non possono che essere simboli individuali.

Al di là di qualche  concessione alla moda del tempo, c’è da augurarsi che si torni al più presto a quella democrazia del “collettivo” che rappresenta, certo anche per Bersani, la vera alternativa al populismo. E una democrazia del collettivo significa in primo luogo il libero dibattito delle idee che muova dalla base al vertice di partiti e istituzioni, e non viceversa come avviene  tutt’oggi. Che ci sta a fare in una società “liquida” il leaderismo militarizzato delle correnti? Perché la carriera politica di un giovane deve affidarsi alla fedeltà verso i  capicorrente? Perché non può essere libero di convergere ora con l’uno ora con l’altro di loro a seconda delle questioni?  Con tutto il rispetto per Facebook, non ci serve una società di “fan”, ma di cervelli pensanti e dialoganti, capaci di argomentare, confrontare e affermare diverse opinioni, senza gregarismi di sorta.

Allora un  gesto come quello di  Veltroni, che lascia la poltrona di parlamentare pur riaffermando il suo personale impegno in politica, potrebbe  essere inteso e apprezzato come una lezione di libertà interiore per  tutti,  giovani o anziani, rottamatori e rottamandi, a cominciare dagli altri notabili del Partito democratico o di altri partiti.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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