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A che serve votare?

Monti Mario quinquiesRoma, 1 ottobre 2012 –  Monti bis, la corsa al consenso. Vescovi, industriali, giornalisti, investitori internazionali. Dice Marchionne: “giro il mondo come una trottola e vedo la reazione degli altri Capi di Stato: la reputazione che il paese ha grazie a Monti è anche maggiore di quella che si merita”. La mia domanda è: che parte ha in questa attesa universale il bisogno di garantire, dopo quasi un ventennio di delusioni, una vera democrazia in Italia?

Secondo Nichi Vendola, il Monti bis sarebbe “una polizza di assicurazione per il mondo dei banchieri”. Si sa, che altro potrebbe dire un leader della sinistra “arrabbiata”? Cerchiamo qualcosa di meno “estremista”. L’ultimo numero della rivista “Testimonianze”, fondata da Ernesto Balducci, offre un dossier di piccoli saggi sul rapporto tra politica e tecnica “in un tempo fuori del comune come è il tempo della crisi”. Tra gli altri quello di Nadia Urbinati, docente di Teoria politica alla Columbia University di New York e nota collaboratrice di Repubblica.

Scrive la Urbinati: “La formazione del governo Monti  ha coinciso con una dichiarazione  di incapacità della politica di fare il suo lavoro: governare…. Il dover andare di fronte agli elettori e quindi rischiare di perdere i consensi, ha reso il governo Berlusconi impotente. Come se la forza di governo fosse in proporzione della sua non rispondenza agli elettori. Questo è il vulnus contenuto nella filosofia del governo tecnico”.

E poi: quello di Monti è davvero un governo “tecnico”? Nadia Urbinati lo nega. E’ un governo “armato di idee” ispirate alla dottrina economica liberista. “Il debito è causato dallo stato sociale, non dalle speculazioni finanziarie sul debito. Questa è la premessa del governo tecnico chiamato a rispondere all’emergenza dell’oggi”. Se PD e PDL avessero accettato di farsi rappresentare da ministri, dallo scontro delle posizioni  l’impotenza della politica sarebbe risultata ancora più evidente che con l’appoggio esterno. Ma al di là del giudizio che si può dare di questa gestione dell’emergenza, resta, secondo la Urbinati, “il fatto molto preoccupante che si possa accreditare l’idea che spetti agli esperti dell’economia e della finanza governare la politica…è preoccupante che politiche che fanno principalmente l’interesse dei pochi siano dette neutre e tecniche mentre quelle che si propongono di fare l’interesse dei molti ( per esempio le politiche sociali o quel che ancora resta del liberalismo sociale del welfare) siano dette partigiane e quindi destituite di legittimità”.

Da questo punto di vista, la novità di una “lista civica per l’Italia”, annunciata da Casini e da Fini con la benedizione di Montezemolo proprio nel nome del Monti bis, porterebbe se non altro un po’ di chiarezza. Ma Monti preferisce mantenere l’equivoco di cui sopra, dichiarando che accetterebbe di restare al suo posto soltanto come premier al di sopra delle parti, dunque al di sopra e al di fuori della competizione elettorale. Paradossalmente, è questo l’aspetto più grave della questione, specie nell’ipotesi di una competizione regolata da un sistema proporzionale che secondo tutte le previsioni obbligherebbe ad un’altra maggioranza “strana”.

Bersani e perfino Renzi hanno detto che non ci stanno e fanno bene. A che servirebbe votare se chi vince le elezioni non è poi in grado di governare? Eppure, stando ai sondaggi, sarebbe questa la prospettiva probabile. Gli italiani vogliono scegliere un governo purché guidato da Monti. Commenta Ilvo Diamanti sulla Repubblica: “dubito che la dissociazione fra i principi della democrazia rappresentativa – partecipazione e governo – possa riprodursi a lungo senza conseguenze serie dal punto di vista politico e istituzionale”.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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