Monti bis? Speriamo di no

Roma, 8 settembre 2012 – Cari amici, la stanchezza è tanta che a dover commentare gli avvenimenti politici va via la voglia. Incollati come siamo ogni sera sui soliti, maledetti diagrammi che da mesi i telegiornali ci propinano ad ogni ora del giorno. Con gli occhi fissi alla fine del tunnel, aspettando una luce che non sia quella dei fari di un treno. In trepidante attesa che l’ennesimo annuncio di riforma provochi qualche  benevola reazione nei cosiddetti mercati. E meno male che Monti c’è e sta lavorando per noi, mentre in dieci mesi le forze politiche non sono riuscite nell’unico compito davvero urgente che era stato loro assegnato, una nuova legge elettorale che ci faccia uscire dal pantano di una maggioranza anomala alla scadenza del 2013.

Ma forse a buona parte di questa strana maggioranza, incoraggiata da buona parte dei media, il pantano piace. Nel pantano sono finiti, insieme alla legge elettorale, la legge anticorruzione, il conflitto di interessi, la riforma della RAI, la tassazione delle rendite finanziarie e tante altre misure non gradite ai nostri avversari. Eppure anche nel PD c’è chi vorrebbe continuare a sguazzarci. E tira in ballo anche il padre fondatore del PD, Romano Prodi, anche se questi, alla domanda sul “Monti-bis”, si  è limitato a rispondere che solo “In caso di empasse”, dopo le elezioni,  l’attuale presidente del consiglio potrebbe veder rinnovare il mandato.

Il gioco dei sedicenti “montiani” del PD si fa ormai più scoperto, anche a costo di spaccare il partito. Così Il giovane Matteo Renzi, in rapida ascesa nei sondaggi sulle primarie, dichiara che Monti “ha fatto benissimo” e in privato fa sapere che da parte sua, se risultasse vincitore, è pronto a lasciargli la carica di presidente del consiglio  per un paio d’anni. Sul sito web di sedicenti “liberaldemocratici” del PD (“Qualcosa di riformista”), si ripone in Renzi “una speranza di discontinuità”(Bitti) con gli orientamenti attuali del partito, si afferma che l’alleanza con SEL “di credibilità ne ha poca” (Parrini), si conclude che “Il vero salto in realtà non è nulla di più di quello di seguire la rotta sulla quale stiamo già navigando, già tracciata da chi da circa dieci mesi sta cercando, pur con tutti i venti contrari e le deviazioni più o meno obbligate, non solo di tenerci a galla, ma di guidarci su mari meno tempestosi” (Saracco).

Di questo passo, non è improbabile che la campagna delle primarie prima e quella per le politiche poi si risolvano in una sorta di referendum sul “Monti-bis”, trasformando quella che era opportunamente nata come una soluzione di emergenza in un’operazione politica pericolosamente stabile. Con tanti saluti alla democrazia dell’alternanza.

Contro questo pericolo, alle primarie del PD, se e quando ci saranno (si parla del 25 novembre e del 2 dicembre, con doppio turno), credo che darò il  voto a Bersani. E’ l’unico dei candidati che si è espresso chiaramente per un confronto diretto “destra-sinistra, senza tecnici”, ferma restando ovviamente la continuità con gli impegni presi dal governo Monti in Europa. E’ “una delle persone migliori del nostro panorama politico, su cui si può fare un investimento di Fiducia”, ha detto giorni fa Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte Costituzionale e presidente onorario di Libertà e giustizia. Sono d’accordo con lui.

Dal segretario del PD e dai suoi collaboratori mi attendo tuttavia che si vada avanti con maggior decisione nell’opera, già avviata, di rinnovamento del partito e della sua democrazia interna. A questo  lo invita anche il presidente Napolitano, che l’altro giorno a Mestre ha parlato di “ripiegamento, immeschinimento, perdita di autorità della politica e dei suoi attori principali, i partiti. Questi hanno certamente, e non solo in Italia, pagato il prezzo, da un lato, di un pesante impoverimento ideale, e dall’altro di arroccamenti burocratici, di un infiacchimento della loro vita democratica, di un chiudersi in logiche di mera gestione del potere e di uno scivolare verso forme di degenerazione morale”.

Ma il rinnovamento interno non basta. Proprio gli sviluppi della crisi in corso chiedono ai partiti, come ha esortato il Capo dello Stato nella stessa occasione, di europeizzarsi.  “E’ il momento in cui la lotta politica diviene europea, in cui l’oggetto per il quale lottano uomini e partiti sarà il potere europeo. Ed è precisamente in questo senso  – ha proseguito Napolitano – che vanno alcune proposte, realizzabili senza dover neppure modificare i Trattati vigenti, ma valorizzando tutte le potenzialità in essi contenute. Come l’adozione, già in vista delle elezioni del Parlamento europeo nel 2014, di una “procedura elettorale uniforme” che consenta lo scambio di candidature e la presentazione di capilista unici tra paese e paese da parte dei grandi partiti europei. O come l’identificazione tra la figura del presidente del Consiglio europeo e il presidente della Commissione europea, affidandone in prospettiva la scelta – tra diversi candidati designati al livello europeo dai maggiori schieramenti – agli stessi elettori che votano direttamente (ormai dal 1979) per il Parlamento di Strasburgo”.

Al populismo nazionalista di chi propone di reagire alla crisi con l’uscita dall’euro e lamenta un “commissariamento” del nostro governo si può già rispondere facilmente che la Costituzione italiana consente all’articolo 11 le“limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni”. Ma non vi è dubbio che quanto più forte si fa l’intervento degli organismi finanziari europei sulla politica economica degli Stati membri tanto più deve essere rafforzata  democraticamente, con l’elezione diretta,  una guida politica unitaria del Continente. L’elezione proposta da Napolitano di un Presidente europeo eletto dai cittadini insieme al Parlamento di Strasburgo potrebbe essere un buon punto di partenza.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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