D’Alimonte al PD: il Porcellum non è una “porcata”

L’esordio è sconcertante: “A me l’attuale sistema elettorale non dispiace”. Il professor Roberto D’Alimonte osserva compiaciuto la sorpresa nei volti dei “democratici davvero” che, convocati da Rosi Bindi, affollano il Centro congressi di via Cavour, a Roma. D’altronde li aveva avvertiti: “quello che sto per dirvi scandalizzerà molti di voi”. Perciò insiste: “Non è una porcata, demonizzandolo vi siete messi in un angolo dal quale non sarà facile uscire”.

Ma la proposta di legge concordata con tanta fatica nel PD? D’Alimonte, docente alla LUISS e direttore del Centro italiano di studi elettorali, è spietato: “Abbandonate l’illusione che sia possibile far resuscitare i collegi uninominali maggioritari. Dispiace tanto anche a me perché il doppio turno alla francese sarebbe la mia scelta personale e anche la soluzione ideale per l’Italia di oggi, ma quella strada è chiusa perché non conviene alla destra, che la considera non adatta alla natura del loro elettorato”.

Poi l’esperto della materia più apprezzato dal centro sinistra elenca le ragioni per cui gran parte delle critiche al “porcellum” gli sembra infondata. Non è vero, dice, che produce “ammucchiate”, quelle sono il risultato delle scelte dei partiti, che contano più delle leggi elettorali. “Mi spieghino perché le ammucchiate prima del voto sono migliori di quelle fatte in parlamento dopo il voto”.

Non è vero neppure che questo sistema crea sproporzione. E qui il professore tira fuori un grafico sull’indice medio di di-sproporzionalità dei vari sistemi elettorali: 15,8 in Gran Bretagna, 19 in Giappone, 17,2 in Francia. In Italia è di 8,4, più basso anche rispetto al “mattarellum”. Ma non è vero forse che un partito potrebbe avere la maggioranza dei seggi con appena il 30 per cento dei voti? In teoria sì, risponde. In pratica il premio di maggioranza è tale che tutti i partiti sono indotti a mettersi assieme prima del voto. Poi però ammette che una soglia per avere il premio bisognerebbe metterla e suggerisce il 40 per cento.

E le liste bloccate? Neppure quelle sono un male di per sé, ma – sostiene D’Alimonte – per l’uso che ne fanno i partiti. Comunque reintrodurre il voto di preferenza è una correzione facile, anche se lui preferirebbe i collegi uninominali provinciali. Anche l’idea che non si possa cambiare maggioranza nel corso della legislatura è un’altra forzatura da attribuirsi ai partiti, perché la nostra resta costituzionalmente una democrazia parlamentare.

Il vero problema dell’attuale sistema è rappresentato dal rischio che possa dar luogo a maggioranze diverse nelle due Camere. I premi di maggioranza regionali al Senato sono effettivamente una lotteria. E questo problema va risolto. Ma la vera ragione per cui oggi sia il Pd che Berlusconi vorrebbero cambiare il sistema è che l’attuale obbliga i partiti a fare le coalizioni prima del voto, mentre il proporzionale consente di rimandare a dopo la scelta delle alleanze. La riforma conviene. Al PD perché ha paura di scegliere, al PDL perché Berlusconi è ormai solo. Se vedrà che non può fare il governo con Bossi, il modello Violante gli andrà bene.

Con il proporzionale – conclude D’Alimonte – il rischio grosso è “l’ingovernabilità, l’anarchia”. Il modello tedesco funziona in Germania dove c’è un’altra cultura politica e quando i due più grandi partiti si indeboliscono si può pensare di risolvere con una grande coalizione. Ma da noi? Non vorrei che “per andare a Berlino ci ritrovassimo a Weimar”, dice con allusione esplicita al disordine che favorì l’affermazione di Hitler. Allora, se proprio non si vuole limitarsi a correggere il sistema attuale, meglio andare a Madrid e adottare il sistema spagnolo.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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