Il santo Welfare

L’articolo che segue è stato postato sul suo blog “cattolicesimo reale” da Walter Peruzzi il 4 marzo scorso. –

In un’intervista del 26 febbraio, a chi le chiedeva notizie sul modello di stato sociale europeo, dato per defunto da Draghi, Elsa Fornero ha risposto: «Io conosco bene la tradizione del nostro Welfare nato dal volontariato religioso, i nostri “santi sociali” come Don Bosco».

De te fabula narratur

La risposta ha risvegliato di soprassalto perfino Michele Serra, cui il governo Monti fa (come alle redazioni de La Repubblica e Tg3 al completo) l’effetto di una droga pesante. Perfino Serra si è chiesto sull’Amaca del 28 febbraio se, magari, con l’attuale Welfare c’entrano per qualcosa gli scioperi dei secoli scorsi, oltre che le novene.

Ma qui i critici di Fornero sbagliano. Perché, sotto apparenza di parlare della storia passata (di cui poco sembra conoscere), è del nostro futuro che la ministra voleva parlare, o almeno di quello che intende  preparare per noi con la “riforma del lavoro”.

Il Welfare secondo Fornero

A questo futuro non lieto allude tutta la politica sociale fatta e annunciata finora dal governo Monti: mancato adeguamento Istat anche per le pensioni medio-basse eriforma pensionistica iniqua, che allunga di cinque-sei anni l’età pensionabile, anche agli esodati che non avranno per anni stipendio, né pensione; flessibilità in uscitachiesta da Marcegaglia, rendendo più facili i licenziamenti (“manutenzione” dell’art.18) e le morti sul lavoro (riduzione dei controlli sulla sicurezza con l’art. 14 del decreto semplificazioni); rifiuto di qualsiasi intervento del governo, peggio di Sacconi, per risolvere alcune gravi vertenze tuttora aperte o mettere fine a politiche discriminatorie (fra l’altro: provocatoria condotta antisindacale della Fiat; crisi della Fincantieri; soppressione delle linee notturne nord-sud delle FS); ridurre la cassa integrazione e scaricare sulle imprese e i lavoratori i costi degli ammortizzatori sociali, perché lo stato non ha risorse.

Dimenticavo: nessun tentativo di reperire le risorse mancanti con una patrimoniale che gravi sulle grandi fortune perché, ha spiegato Monti, non sono facili da individuare (specie se il governo va a cercarle lontano, invece che scavare vicino).

Modello don Bosco

Così, ridotti in miseria i pensionati, licenziati i lavoratori e garantito che in ogni caso non gravino sullo stato, è ragionevole che Fornero pensi di affidare  «i poverelli e i miseri di qualsivoglia fatta» (Pio IX) alla carità pubblica cioè, appunto, ai «santi sociali», alla San Vincenzo e al volontariato cattolico, secondo l’intramontabile insegnamento della dottrina sociale cristiana.

«Il ricco sostenga il povero»insegnava già nel I sec. papa Clemente I, «ma il povero ringrazi Dio per aver dato tanto a coloro per mezzo dei quali si soccorre alla sua indigenza». Proprio come ha spiegato un’altra ministra, Paola Severino: se lei si arricchisce è un bene per tutti noi, perché su 7 milioni guadagnati (da lei) 4 vanno in tasse  –  quanto basta per regalare a noi un ospedale.

Figurarsi quante tonnellate di pane si potranno ricavare, con cui soccorrere «alla indigenza» di pensionati e lavoratori! Contando poi il milione e mezzo di Monti, i tre e mezzo di Passera e così via, viene fuori anche un bel po’ di companatico.

Meglio ancora se, eliminato l’art. 18, si toglieranno del tutto di mezzo anche organizzazioni sindacali degne di questo nome che, con le loro menate, riducono i profitti dei padroni (e quindi gli ospedali).  Al loro posto sarà il caso, come  spiega la dottrina sociale cristiana, di «favorire le società artigiane ed operaie che, poste sotto la tutela della Religione, avvezzino tutti i loro soci a considerarsi contenti della loro sorte, a sopportare la fatica e a condurre sempre una vita quieta e tranquilla» (Leone XIII). E’ proprio il modello applicato da Marchionne, «santo sociale» a sua insaputa, a Pomigliano.

Unico dubbio. Dato che se resta  il governo Monti, Fornero & company non possono lavorare e guadagnare tutti quei soldini,  non è meglio che sloggino al più presto e se ne tornino ai loro studi legali e ai loro consigli di amministrazione, per il bene del loro portafoglio e anche del nostro?

Se proprio le tasse che pagheranno saranno troppe, col superfluo potremmo finanziare la TAV.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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