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La politica siamo noi

Roma, 16 marzo 2012 – Davvero “Dipende da noi”, come si intitola il manifesto di Libertà e Giustizia? A giudicare dall’ attenzione e dalla frequenza con cui politici e mass media seguono  i sondaggi, si direbbe di sì. Che lo facciano per verificare il consenso o per calibrare meglio la propaganda per ottenerlo, l’opinione dei cittadini sarebbe comunque considerata un valore.

Quando però si entra nel merito delle decisioni politiche, ci si accorge della distanza che le separa dalle attese e ancor più dagli interessi degli elettori. Gli stessi sondaggi dicono che anche per chi non cede alla tentazione della scheda bianca, al voto per il partito non corrisponde quasi mai una fiducia adeguata.

L’abitudine invalsa di identificare “la politica” con l’operato dei partiti non è forse una presa di distanza? Chiediamoci allora non tanto se la politica dipende dai cittadini ma se questa è davvero alla loro portata, ciò che appunto distingue la vera democrazia da un gioco di oligarchie che li vede soltanto spettatori, magari tifosi. E ammettiamo che oggi, dalla politica estera a quella economica, dalla sicurezza all’ambiente, le scelte fondamentali si fanno per lo più sulla pelle, non sulla spinta dei cittadini.

Non solo in Italia. Per esempio, sono anni che la speculazione finanziaria di banche e assicurazioni continua a schiacciare l’economia reale e il potere di acquisto di miliardi di esseri umani. Che Il bisogno di sicurezza si scontra con la corruzione e la feroce arroganza dei poteri criminali. Che non  riusciamo neppure a difendere l’aria che respiriamo e l’acqua che beviamo nei continui assalti all’ambiente e alla nostra salute. Per non parlare della tragica catena di morti provocata da guerre più o meno “umanitarie”  e delle enormi spese militari che queste comportano.

Nei cassetti di chi ha, almeno nominalmente, il potere si accumulano progetti di riforma per uscire da tutto questo, ma lì rimangono. Non trovano tra la gente la consapevolezza, il consenso e la determinazione necessari per vincere sulle resistenze che si oppongono al cambiamento. La determinazione di chi lavora soltanto per sé è quasi sempre più forte di quella di chi si batte per un ideale e per il bene comune. Quanto al consenso, per ottenerlo devi controllare l’informazione di massa, che non a caso è mantenuta saldamente nelle mani di lorsignori.

In Italia il governo dei tecnici pare ora a molti un esempio di come sia possibile coniugare politica ed efficienza nel nostro paese. Altri parlano invece di “sospensione della democrazia”. Per me, come ho scritto a suo tempo,  è la risposta di emergenza  all’inettitudine del governo Berlusconi, di fronte a una crisi finanziaria che una campagna elettorale immediata avrebbe aggravato ulteriormente. Quanto al programma di Monti e dei suoi ministri, è quello dettato per scongiurare il “default”  da un’Europa guidata dal centro destra. Perché dovrebbe essere di sinistra?

Ora abbiamo  al potere una destra rispettabile, la stessa che abbiamo invocato chissà quante volte negli anni del “bunga bunga”, delle leggi ad personam  e delle varie porcate di Berlusconi e soci. Di che ci lamentiamo? Non abbiamo ancora vinto le elezioni. Preoccupiamoci piuttosto di recuperare credibilità con una politica meno autoreferenziale e più aperta al dialogo con i cittadini, di trovare alleati per un’alternativa valida e di produrre al più presto una legge elettorale che restituisca la scelta agli elettori e stabilità ai governi.

Ha un senso dire “dipende da noi”, ma solo per chi è già convinto che la politica non è fatta soltanto di partiti e di istituzioni. Per chi ha cessato di sopravvalutare il privato e sottovalutare il pubblico. Per chi ha capito che ognuno ha il diritto, ma anche il dovere di essere correttamente informato.  Per chi  a una difesa miope del proprio “particolare” preferisce comunque una solidarietà efficace per conquistare insieme libertà ed eguaglianza.  Dobbiamo risalire la corrente che abbiamo disceso in questi venti anni. Il cammino dalla repubblica delle corporazioni o delle cricche alla repubblica dei cittadini è inevitabilmente lungo, ma ancora possibile.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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