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L’eterno ritorno delle immagini nei Tg

Roma, 27 febbraio 2012 – Da anni mi chiedo se la disaffezione degli italiani dalla politica non dipenda, almeno in parte, dal quotidiano, ossessivo ritorno delle stesse immagini nell’informazione che ne danno i Tg. Per decine e decine di volte ci ripropongono le stesse sequenze, gli stessi gesti, sorrisi, passeggi, abbracci, ammiccamenti, infischiandosi della cronaca letta dal giornalista e della sua congruità con il messaggio visivo. Ha un senso tutto questo?

Ricordo che durante il mio apprendistato di giornalista televisivo, quasi cinquant’anni fa, i colleghi più anziani insegnavano che le immagini, in un servizio televisivo, dovevano  essere un complemento indispensabile alla comprensione del testo, altrimenti sarebbe stata una “radio a colori”. Ora, io non pretendo colleghi giornalisti, operatori e montatori così scrupolosi da mettere, come si faceva un tempo, il cartello “immagini di repertorio” sotto tutte le scene non espressamente girate per l’occasione. Ma che almeno – quando la cosa è possibile – si eviti la riproduzione ossessiva della stessa ripresa anche a distanza di settimane e di mesi , che si faccia un po’ più di attenzione al rapporto col testo, che si offra  insomma un minimo di varietà e di aggiornamento per tenere più desta l’attenzione del pubblico e focalizzarla sui contenuti.

Del  resto non si tratta dell’unico esempio di decadimento della qualità “tecnica” dei  telegiornali . Passi per certe immagini amatoriali di pessimo livello: può sempre capitare che il contenuto anche visivo della notizia venga giustamente fatto prevalere sulla forma. Ma quante  volte si tratta invece  di superficialità e pigrizia mentale? Per non parlare dell’ audio, che risulta a volte incomprensibile solo perché è stato ripreso dagli altoparlanti anziché da un (radio)microfono posto dinanzi all’oratore. In casi come questi  ricordo che i  tecnici Rai si rifiutavano di montare i servizi.

Per una volta non sto parlando della qualità più propriamente professionale dei servizi giornalistici televisivi, delle interviste senza domande fatte ai leaders politici, o della improbabile selezione delle notizie o della mancanza di pluralismo o di autonomia. Qui il discorso si fa più complicato perché entrano in gioco la lottizzazione e le pressioni dei partiti, problemi di cui dobbiamo occuparci, ahimè, tutti i giorni. Del decadimento puramente  tecnico, invece, non si parla mai, ma forse a torto. Quali sono le cause di questa involuzione? Mancanza di tempo e di risorse?  Disattenzione di direttori e capiservizio? Dequalificazione professionale? E soprattutto:  recuperare su questo piano è possibile? Mi piacerebbe che qualche lettore di nandocan, collega giornalista o soltanto telespettatore, provasse a rispondere con un commento.

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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