Dall’articolo 18 alla crescita. Veri e falsi tabù.

L’articolo 18 non è un tabù. Considerata l’incidenza effettiva nella realtà aziendale, se ne parla e discute anche troppo. Se lo si fa dunque è solo perché, da almeno un decennio, è divenuto un simbolo e una prova di forza: per milioni di lavoratori (come quelli che il 23 marzo del 2002 invasero le strade di Roma), ma anche per i datori di lavoro o chi li rappresenta. E ora pare perfino per gli investitori esteri, se è vero che la sua riforma varrebbe “200 punti di spread”, come dicono le ultime fantasie di stampa. Viene il sospetto che oggetto del contendere non sia tanto la norma in vigore quanto il valore attribuito alla sua “manutenzione” dalla destra politica, confindustriale o “tecnica” : gli investimenti ci saranno solo se il sindacato, perdendo la partita, si dimostrerà più debole. Insomma, una specie di bollo di Stato alla filosofia di Marchionne. Con buona pace di chi pensa ancora all’economia come scienza .

I veri tabù

In questa crisi, in Italia come altrove nel mondo, i veri tabù sono altri: il mito della crescita globale illimitata nell’ambito di un sistema economico profondamente dipendente da risorse sempre più limitate: petrolio e altri combustibili fossili; un capitalismo finanziario che prende in ostaggio l’intera popolazione del pianeta e ne fa dipendere la vita da oscillazioni di borsa che non hanno alcun rapporto con l’economia reale; la catastrofe ambientale imminente e forse già cominciata; il destino precario di un mondo e di una società che presentano diseguaglianze crescenti. Temi vitali, che nonostante l’allarme di economisti e scienziati di valore, politica e mass media continuano a trattare come questioni accademiche, buone solo per convegni e ordini del giorno.

Presto saranno i fatti a rendere evidente a tutti che il sistema economico attuale, se non si provvede, sia pur gradualmente, a mutamenti radicali, è destinato a crollare. Per Jeremy Rifkin, economista ed ecologo americano di fama internazionale, l’inizio della fine dell’era dei combustibili fossili ha già avuto luogo nel luglio del 2008, quando il prezzo del petrolio nei mercati mondiali raggiunse il massimo storico di 147 dollari al barile. Il crollo dei mercati finanziari, sessanta giorni dopo, “non è stato che una scossa di assestamento”.

La Terza rivoluzione industriale

La Terza rivoluzione industriale (TRI) – scrive Rifkin nel libro omonimo pubblicato in ottobre da Mondadori – non è un’utopia ma “un piano economico pragmatico e senza orpelli che potrebbe farci accedere a un’era postcarbonio”. Riassumere oltre trecento documentatissime pagine è davvero impossibile. Mi limiterò a qualche accenno. L’autore, presidente della “Foundation on economics trends” di Washington, ha dedicato gli ultimi trent’anni della sua vita professionale alla ricerca di un nuovo paradigma economico e alla metà degli anni novanta pensava che “fosse ormai prossima una nuova convergenza fra comunicazione ed energia: la tecnologia di Internet e le energie rinnovabili si sarebbero fuse per creare una nuova, potente infrastruttura…”.

“Come ogni altra infrastruttura energetica e di comunicazione nella storia – spiega in seguito – la Terza rivoluzione industriale deve fondarsi su pilastri eretti simultaneamente: in caso contrario, le fondamenta non reggono. Questo perché ogni pilastro può funzionare solo in relazione con tutti gli altri.

I cinque pilastri

“ I cinque pilastri della Terza rivoluzione industriale sono: 1) il passaggio alle fonti di energia rinnovabile: 2) la trasformazione del patrimonio immobiliare esistente in tutti i continenti in impianti di micro generazione per raccogliere in loco le energie rinnovabili; 3) l’applicazione dell’idrogeno e di altre tecnologie di immagazzinamento dell’energia in ogni edificio in tutta l’infrastruttura, per conservare l’energia intermittente; 4) l’utilizzo delle tecnologie Internet per trasformare la rete elettrica di ogni continente in una inter-rete per la condivisione dell’energia che funzioni proprio come internet; 5) la transizione della flotta dei veicoli da trasporto passeggeri e merci, pubblici e privati, in veicoli plug-in e con cella a combustibile che possano acquistare e vendere energia attraverso la rete elettrica continentale interattiva”.

Rifkin e la sua organizzazione – di cui fanno parte esperti di imprese come IBM, Philips, Schneider, General Eletrics, Siemens e altre – hanno avviato in questi anni contatti e accordi di collaborazione con i massimi dirigenti politici europei e di altri continenti, da Barroso alla Merkel, a Prodi, da Zapatero alla Clinton. Sono già stati realizzati “master plans” per il Principato di Monaco e le città di Roma e Utrecht. Ma mi rendo conto di come sia difficile, solo sulla base di queste semplici indicazioni, far capire la novità e la concretezza di questi progetti, anche per chi intende passare da una crescita economica senza limiti alla concezione di uno sviluppo economico sostenibile.

L’era collaborativa

Dal capitalismo gerarchico, “verticale”, al capitalismo “distribuito”. “Se l’era industriale – scrive Rifkin – poneva l’accento sui valori della disciplina e del duro lavoro, sul flusso dell’autorità dall’alto in basso, sull’importanza del capitale finanziario, sul funzionamento dei mercati e sui rapporti di proprietà privata, l’era collaborativa è orientata al gioco, all’interazione da pari a pari, al capitale sociale, alla partecipazione a domini collettivi aperti, all’accesso alle reti globali”.

Soltanto così, secondo Rifkin, questa crisi planetaria del 2012 potrebbe e dovrebbe essere superata. “La Terza rivoluzione industriale continuerà a evolversi nei prossimi decenni e, probabilmente, raggiungerà il picco intorno al 2050, per arrivare allo stadio di maturità nella seconda metà del secolo”.

“Se esiste un piano B – conclude – fatemelo sapere”.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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