2. La deconcentrazione del potere e della proprietà

Thomas Piketty

da “Una breve storia dell’uguaglianza” di Thomas Piketty*

* Di questo libro ho pensato di proporre gradualmente sul blog, a scopo divulgativo, i brani che ritengo più significativi. La pandemia come la crisi politica, economica e ambientale che l’ha preceduta e accompagnata fanno oggi dell’ingiustizia sociale il problema più scottante per l’umanità. Nella sua “breve storia”, di cui raccomando la lettura integrale, Piketty scrive che “l’eguaglianza è una lotta che può essere vinta e nella quale ci sono sempre varie traiettorie possibili, che dipendono dalla mobilitazione, dalle lotte e da ciò che si apprende dalle lotte precedenti”.

**Thomas Piketty, professore dell’École des Haute Études en Sciences Sociale e dell’École d’Économie de Paris, è autore di numerosi studi storici e teorici che gli hanno fatto meritare nel 2013 il premio Yrjö Jahnsson, assegnato dalla European Economic Association. Il suo libro “Il capitale nel XXI secolo (2014) è stato tradotto in 40 lingue e ha venduto 2,5 milioni di copie.

La proprietà e il potere: il pacchetto dei diritti

A livello generale, la proprietà deve essere concepita non come un diritto assoluto e atemporale, bensì come un insieme di diritti propri di ciascun contesto socio storico. Come un vero “pacchetto di diritti” tale da contribuire a caratterizzare l’estensione dei poteri e delle capacità di cui dispongono gli attori che sono parte integrante del rapporto in gioco, siano essi proprietari o non proprietari, consumatori o dipendenti, collettività locali o gruppi familiari.

  • La quota dell’1% più ricco nel totale delle proprietà private è attualmente due volte inferiore rispetto a un secolo fa, ma resta in ogni caso cinque volte più elevata rispetto alla quota detenuta dal 50% più povero, che oggi possiede appena poco più del 5% del totale (fermo restando che il 50% è per definizione 50 volte superiore all’1%).
  • La deconcentrazione della proprietà è avvenuta a beneficio pressoché esclusivo dei gruppi sociali compresi tra l’1% più ricco e il 50% più povero, e con scarsissimo vantaggio per quest’ultimo, il quale, giusto per semplificare, non ha quasi mai posseduto nulla.
  • Al momento, mi limito a notare come i diritti dei proprietari siano stati, nel loro insieme, ben più assoluti all’inizio del XIX secolo di quanto non siano oggi. Il 50% più povero continua a essere sempre povero nel senso che la sua quota all’interno della proprietà totale ha fatto ben pochi passi in avanti dal XIX secolo in poi, ma è un po’ meno alla mercé dei proprietari (datori di lavoro o proprietari di alloggi, mariti o coloni) rispetto al passato.
  • In Francia, nel XIX secolo, un datore di lavoro poteva licenziare un salariato o modificarne le condizioni di lavoro e di remunerazione a suo piacimento, o quasi, così come un proprietario di immobile poteva cacciare via un inquilino o raddoppiarne l’affitto senza garantirgli alcuna tutela o preavviso.

Possedere i mezzi di produzione, l’alloggio, lo Stato, il resto del mondo

  • Prescindendo dalla proprietà di altri esseri umani detenuta attraverso la schiavitù, sulla quale torneremo, si possono distinguere quattro grandi categorie di possesso: la proprietà dei mezzi di produzione, degli alloggi, dello Stato e del resto del mondo.
  • Nell’approccio marxista tradizionale, solo la proprietà dei mezzi di produzione è compresa nella proprietà del capitale: contribuisce al ricavo di un profitto tramite lo sfruttamento della forza lavoro, ed è questo profitto ad alimentare a sua volta l’accumulo del capitale.
  • Nel complesso, in termini di valore monetario, gli immobili rappresentano in genere una parte considerevole delle proprietà private, spesso attorno alla metà delle stesse, mentre i mezzi di produzione (misurati in base al valore monetario delle aziende) rappresentano approssimativamente l’altra metà.

Per esempio, in Francia

  • Per esempio, nella Francia dei primi anni 20 del 2000, il totale delle proprietà private raggiunge circa i 220.000 € per adulto (ossia l’equivalente di sei anni di reddito medio), di cui, più o meno, 110.000 € in alloggi (al netto dei debiti) e 110.000 € impegni professionali e attivi finanziari.
  • Il patrimonio medio detenuto dal 50% più povero è di appena 20.000 € (circa un decimo del patrimonio medio dell’insieme della popolazione, una quota che corrisponde al 5% del patrimonio totale).
  • Tra il 10% più ricco, con un patrimonio superiore ai 400.000 €, la proprietà si diversifica sempre di più: man mano che si sale la scala delle gerarchie patrimoniali, i beni professionali e soprattutto gli attivi finanziari (in particolare le azioni) assumono un rilievo crescente, e diventano preponderanti all’interno dell’1% più ricco (con patrimonio superiore a 1,8 milioni di euro).

Le classi sociali

  • Per fissare le idee, si può parlare di “classi popolari” quando si parla del 50% più povero, di “classi medie” quando si parla del 40% successivo e di “classi superiori” quando si parla del 10% più ricco. Al cui interno si possono distinguere due classi molto eterogenee: le “classi agiate” (il 9% meno ricco) e le “classi dominanti” (l’1% più ricco).
  • Riassumendo, le classi popolari non detengono che pochi magri depositi bancari; le classi medie puntano sugli immobili; le classi agiate suddividono i loro lavori averi tra immobili, beni professionali e attivi finanziari; le classi dominanti si concentrano sulla proprietà dei mezzi di produzione (beni professionali e soprattutto azioni e titoli finanziari).
  • La classe sociale dipende non solo dalla proprietà dei mezzi di produzione e degli immobili, e dall’ampiezza di una tale proprietà; dipende anche dal livello di reddito e di titolo di studio, dalla professione e dal settore di attività, dall’età e dal genere, dalle origini su territorio nazionale o su territorio straniero, talvolta dall’identità etnico-religiosa, secondo modalità duttili e mutevoli in funzione dei contesti sociostorici.

La proprietà si identifica sempre con un rapporto di potere non solo quando si tratta di detenere i mezzi di produzione….

Dopo i mezzi di produzione, gli immobili e lo Stato, l’altra maggiore forma di proprietà è la proprietà nel resto del mondo, vale a dire gli attivi detenuti nei paesi stranieri. Può trattarsi del Canale di Suez, delle piantagioni di caucciù in Indocina, o anche dei titoli di credito russi o argentini. In pratica, nel resto del mondo si può possedere tutto: mezzi di produzione, beni di Stato, a volte immobili. (continua)

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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