12. Maometto e gli jihadisti di oggi

da “L’evoluzione di Dio” di Robert Wright*

Maometto approverebbe quello che stanno facendo gli jihadisti? E il Dio del Corano lo approverebbe? La risposta alla seconda domanda è “quasi certamente no”: da nessuna parte – né nel Corano, né negli hadith – vi è traccia del fatto che Maometto avrebbe tollerato l’uccisione di donne e bambini, una consuetudine cara agli jihadisti moderni.

Nel periodo trascorso alla Mecca Maometto ebbe molto in comune con Gesù.

Guidava un piccolo gruppo di seguaci, predicando che il giorno del giudizio era vicino. Il suo messaggio non venne accolto, e lui cominciò a parlare un po’ come il Secondo Isaia… Fantasticava in continuazione, e con dovizia di particolari, sul giorno del giudizio. Dopodiché, mostrò per un po’ di tempo una certa somiglianza con Mosé, conducendo i suoi seguaci afflitti verso la terra promessa, la città di Medina.

A Medina comincio a somigliare all’apostolo Paolo. Paolo aveva cercato di convincere gli abramitici ancora esistenti, cioè gli ebrei, che la fede abramitica da lui professata fosse essenzialmente uguale alla loro, anche se con alcune novità. Maometto fece più o meno la stessa operazione con gli abramitici della sua epoca, un gruppo che, grazie all’unico successo misto di Paolo, comprendeva ormai tanto ebrei che cristiani.

Amore fraterno e odio

La norma prevista dal Deuteronomio per le vicine città pagane è il genocidio totale: uccidere tutti gli uomini, le donne, i bambini, per non parlare del bestiame. Nel Corano non c’è nulla di simile a quello che, probabilmente, rappresenta, sotto il profilo morale, il punto più basso di tutte le scritture abramitiche.

Di conseguenza, alla domanda su quale libro sia “peggiore” in termini di bellicosità, potremmo rispondere che dal punto di vista qualitativo il trofeo spetta alla Bibbia ebraica (e, dunque, alla Bibbia cristiana), grazie all’incitamento al genocidio contenuto nel Deuteronomio, che non conosce assolutamente rivali. Dal punto di vista quantitativo, però, il vincitore è il Corano, almeno relativamente alla frequenza dei brani bellicosi, se non in termini assoluti.

La salvezza

Anche nella salvezza cristiana la volontà di persecuzione può essere più forte della carità. Abbiamo visto che il libro dell’apocalisse, scritto durante l’oppressione romana, immagina una situazione in cui il salvatore porta “una spada affilata per colpire con essa le genti. Egli le governerà con scettro di ferro”.

Il Corano dice più di una volta che non solo i musulmani ma anche gli ebrei e i cristiani possono salvarsi, purché credano in Dio e nel giorno del giudizio e vivano una vita degna di una valutazione favorevole. Questa tendenza inclusiva potrebbe spiegare la frustrazione di Maometto rispetto alle dichiarazioni ebraiche e cristiane di possesso esclusivo della verità salvifica.

Maometto non si spinge fino ad abbracciare la salvezza universale. Per ottenere la salvezza, bisogna ammettere che il dio abramitico è l’unico Dio. Tuttavia, ritenendo che tutti gli abramitici possono salvarsi, estende notevolmente la portata della salvezza rispetto ai cristiani. A un certo punto, sembra estenderla ulteriormente. E, insieme a cristiani, ebrei e musulmani elenca anche gli zoroastriani, e dice che Allah, il quale “in verità[…] guida chi vuole”, sarà il loro giudice nel giorno della resurrezione.

L’esistenza dell’impero contribuisce all’armonia, l’espansione all’intolleranza

Più volte gli imperi hanno consentito la pacifica coesistenza di etnie in precedenza rivali, e più volte le religioni hanno contribuito a favorire tale causa. La cosa lascia ben sperare perché, come abbiamo già detto, l’ambiente multinazionale di un nuovo impero è l’antico omologo della globalizzazione.

Ovviamente, se l’esistenza dell’impero contribuisce all’armonia, l’espansione dell’impero – il processo di effettiva conquista di nuove terre – inasprisce l’intolleranza delle religioni e dei popoli vicini. Questo, come abbiamo visto, spiega la duttilità della dottrina della Jihad: all’epoca della conquista, il suo aspetto intollerante prese il sopravvento, ma quando arrivò il momento di amministrare le terre conquistate, affiorò il suo lato più indulgente.

Le Scritture si muovono fra tolleranza e bellicosità, e il motivo è rintracciabile negli eventi terreni, nella possibilità che gli esseri umani percepiscano gli avvenimenti come situazioni a somma zero o a somma non zero. (continua)


* “Una lucida analisi di come la dottrina e le pratiche religiose siano cambiate nei secoli, generalmente in meglio”. Così il Times di Londra annunciava 12 anni fa la pubblicazione da parte di Newton Compton editori del libro di Robert Wright “L’evoluzione di Dio”. Non sono e non saranno molti i testi per divulgare i quali sono disposto a sottopormi alla considerevole fatica di copiare e presentare i brani che ho ritenuto più significativi. Ho pensato che il saggio di Wright – 480 pagine scritte con grande chiarezza, appassionanti e al tempo stesso ben documentate – ne valesse la pena, non fosse altro che per invitare alla lettura integrale.
Robert Wright ha insegnato filosofia a Princeton e religione all’università della Pennsylvania. E’ membro della New America Foundation e collabora con la rivista “The New Republic”, ma i suoi articoli sono apparsi anche su “Time”, sull’ “Atlantic Monthly” e sul “New Yorker”. Finalista del National Book Critics Circle Award, è autore di saggi selezionati dal “New York Times” fra i migliori libri di quell’anno. Anche “L’evoluzione di Dio” è stato per diverse settimane nella classifica del “New York Times”.  

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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